4° Congresso Nazionale della Federazione RdB/CUB

SOGNI BISOGNI CONFLITTO

FIUGGI 17 18 19 Giugno 2005

Ci misuriamo e agiamo da tempo in un contesto dominato da un generale arretramento sociale, politico e culturale, che rende difficile a molti il solo sognare e immaginare una società dove il lavoro non sia luogo di oppressione e di precarietà, dove avere una casa sia un normale diritto, dove la fatica di arrivare a fine mese non sia così comune, dove la guerra sia un lontano ricordo.

La tenuta e la crescita della nostra organizzazione è la dimostrazione del fatto che siamo ancora in molti ad insistere nell’immaginare, nel volere e nell’agire per una società dove vincano i diritti sui privilegi, gli interessi dei lavoratori sugli interessi del mercato e del padronato.  Noi vogliamo sognare e realizzare una società trasformata da lavoratori e lavoratrici che richiedono la soddisfazione dei propri bisogni ora imprigionati e travisati dall’ideologia e dalle condizioni materiali dettate dalle compatibilità dell’economia liberista. Bisogni che si devono tradurre in interessi concreti per cui è necessario lottare e creare unità tra lavoratori, precari e disoccupati.

Tra sogni, bisogni e conflitto, del titolo del documento congressuale, il nostro accento va sul conflitto: siamo sempre più convinti che l’identità della nostra organizzazione sindacale si rafforzi, trovi concreta verifica e cresca attraverso il riconoscimento ed il valore che diamo ai conflitti, alle lotte, perchè è attraverso questi che si definiscono e si rendono liberi i bisogni, si rendono collettivi e si realizzano i sogni.

PREMESSA

Il quarto Congresso nazionale della Federazione RdB/CUB si svolge a due anni dalla Assemblea nazionale della CUB che si è tenuta a Rimini e che ha segnato in positivo il percorso di crescita della CUB. Il nostro Congresso, che assume appieno le scelte di prospettive decise a Rimini, cade in una congiuntura politica assai complessa sia sul piano internazionale che su quello interno. Il varo della Costituzione Europea del libero mercato segna un orizzonte di pesante arretramento dei diritti dei lavoratori i cui risvolti pratici sono però ancora di difficile lettura. Sarà dalla pratica attuazione dei provvedimenti dell’Europa che si sveleranno compiutamente – un primo esempio è dato dalla direttiva Bolkestein e dalle modifiche del quadro di riferimento sulla sicurezza nei luoghi di lavoro – i risvolti di una Costituzione varata in totale assenza di dibattito e di possibilità, per le popolazioni interessate, di intervenire nella sua costruzione e di mancanza di strumenti democratici di approvazione. Sul piano interno la campagna elettorale permanente di cui siamo vittime ormai da quasi due anni fornisce un quadro politico in continuo movimento. È evidente che la definizione dei compiti contingenti di una organizzazione sindacale non possa prescindere dalla lettura degli scenari politici che si presentano all’orizzonte anche se, e per noi questo vale più che per molti altri, la totale indipendenza della nostra organizzazione ci rende il compito meno arduo. Dovremo quindi, mantenendo fermo il nostro orizzonte strategico, abbozzare anche alcuni scenari possibili e capire cosa accadrà nei prossimi anni sul fronte sindacale mantenendo inalterata la scelta del conflitto come strumento centrale del nostro agire sindacale.

Negli ultimi due congressi ci siamo dotati di strumenti importanti di lettura della realtà che ci hanno consentito di resistere abbastanza bene alle profonde modificazioni e agli scenari di concertazione che hanno informato gli anni 90 nonché di rafforzare ed estendere il peso e l’influenza dell’organizzazione. Se non avessimo approfondito l’analisi sulle trasformazioni sociali e produttive in atto, con il congresso del ’96, e se non ci fossimo dotati di una forte identità con quello del 2000, probabilmente avremmo vissuto difficoltà molto maggiori di quelle che abbiamo dovuto affrontare.

Le trasformazioni produttive e sociali che avevamo individuato “in fieri” nel congresso del 96 – e prima ancora con la Conferenza di organizzazione del 94 – sono ormai diventate realtà. L’Europa, non solo monetaria, è fatto ormai concreto. L’introduzione dell’euro ha prodotto, in Italia più che altrove, un impoverimento di massa dei settori popolari e in particolare del lavoro dipendente. Nei singoli Paesi si riduce la capacità propria di intervento sulle politiche economiche e sociali; tutto ormai dipende dalle scelte del nuovo super stato che determina, attraverso il Patto di stabilità, quali siano i parametri che ogni Paese deve rispettare, quali politiche economiche vadano intraprese, quali e quanti tagli allo stato sociale operare perché siano rispettati i 7 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto vincoli europei. Il lavoro è stato, più di ogni altro fattore, quello che ha pagato maggiormente le nuove politiche europee. In Italia la Legge 30 ha rappresentato il coronamento della destrutturazione totale del mercato del lavoro introducendo ulteriori figure di precarietà che vanno aggiunte a quelle già introdotte dal Pacchetto Treu. I processi di finanziarizzazione dell’economia, da noi ampiamente analizzati negli scorsi anni, continuano lasciando sul campo anche morti e feriti. Le delocalizzazioni delle imprese nei paesi a minore costo del lavoro, a media professionalità e, in alcuni casi, ad alta professionalità degli addetti, hanno prodotto la chiusura e lo spostamento di apparati produttivi di ogni dimensione che hanno aggravato il dato occupazionale del Paese. Le privatizzazioni, seppure in maniera meno pesante da come aveva operato il centro sinistra, sono continuate ed hanno avuto effetti gravissimi sia sulla tenuta del welfare che sulle condizioni occupazionali. Un ciclo pesantissimo, che avrebbe spezzato la capacità di resistenza di qualunque organizzazione non si fosse dotata di una forte identità, strettamente legata all’individuazione dell’identità del movimento dei lavoratori, e non avesse affermato con forza la propria indipendenza dai governi, dai padroni, dai partiti.

Questo dato dell’identità e dell’indipendenza l’abbiamo affrontato compiutamente con il 3° congresso che ci ha fornito strumenti adeguati a resistere in un quadro di trasformazione, per l’Italia, epocale. Abbiamo rifiutato la concezione dilagante secondo cui al mercato non ci si può opporre perché esso rappresenta “il bene” per la società e, quindi, anche per il singolo lavoratore che vivendo dentro il mercato globale avrà comunque opportunità se si disporrà alla precarietà, agli scarsi salari, alla perdita di diritti. Abbiamo ritenuto utile e fondamentale partire invece non solo dal rifiuto del mercato ma dalla affermazione forte che il punto di vista del mondo del lavoro si crea a partire dalla propria condizione materiale e quindi dall’esigenza di garanzie sul piano materiale. La forte identità e indipendenza dell’organizzazione ci è stata utile ad attraversare, crescendo in numeri e peso politico, sia il periodo buio della concertazione, sia quello nero della fine della relazioni sindacali nel paese inaugurato dal centro destra.

Riportiamo alcuni passaggi del documento congressuale del 2000 che potranno aiutare a comprendere meglio cosa intendiamo per “identità”.

Dal documento per il 3° Congresso nazionale della Federazione RdB/CUB 12/14

maggio 2000

“…….Definito il quadro generale in cui vivono i lavoratori e si deve organizzare il movimento sindacale di base, appare evidente che il conflitto, in questa fase, viene portato dai poteri finanziari forti e si muove su due livelli.

Il primo è quello concreto, materiale, che sposta ricchezze dalla società alla speculazione; il secondo, che ha assunto il carattere di condizione indispensabile per l’attuazione del primo, avviene sul piano dei valori e della visione del mondo attuato attraverso i potenti strumenti della produzione immateriale.  La ripresa di una soggettività sindacale di base richiede perciò di affrontare ambedue questi livelli trovando le risposte adeguate.

Sul piano concreto, la lotta e l’organizzazione rimangono gli strumenti fondamentali da sostenere e far crescere, ma si pone la necessità di dare una risposta anche sul piano della visione generale delle cose, cioè dell’identità, che sostenga il punto di vista, individuale e collettivo, dei lavoratori.

Le cose che stiamo scrivendo non possono avere il carattere della novità, perché il conflitto di classe non è nuovo, al di là delle varie vicissitudini storiche. Proporre un’identità attuale del movimento sindacale significa sicuramente fare i conti con quella che è oggi, concretamente, la società nel suo sviluppo attuale e nelle forme che tale sviluppo assume.

L’operazione ideologico-religiosa che viene fatta oggi è quella di affermare che esiste un meccanismo generale, “globale”, cioè il mercato, al quale tutto e tutti devono essere subordinati.

Se si perde il posto di lavoro non bisogna preoccuparsi perché così il “sistema” funziona al meglio, se si riduce il nostro reddito non bisogna preoccuparsi perché così facciamo rimanere l’Italia in Europa e siamo competitivi, se aumentano le tariffe ed i servizi peggiorano, non bisogna preoccuparsi perché così funziona la privatizzazione che domani ci garantirà un futuro sicuramente migliore, se non troviamo più un partito in cui credere e votare, non bisogna preoccuparsi perché il sistema bipolare è quello che garantisce l’equilibrio e la modernità politica.

Questo, nelle sue infinite forme, è il leitmotiv che ci propongono per sostenere le operazioni più indecenti.

Noi, invece, crediamo che questa impostazione vada esattamente ribaltata, poiché chi vive del proprio lavoro deve fare i conti con i problemi materiali quotidiani e con l’insicurezza delle prospettive, sia economiche che esistenziali; pensiamo che il punto di partenza e di riferimento per ogni valutazione e scelta non debba essere il “si-9 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto stema” ma la concretezza della vita individuale e collettiva dei lavoratori.  Quando parliamo di concretezza non parliamo solo dell’aspetto strettamente economico ma anche delle esigenze di vita e soprattutto di aspettative di un lavoratore nella società.

Dunque una garanzia dei livelli materiali sul piano del reddito, ma anche garanzia in termini di aspettative rispetto, per esempio, alle possibilità occupazionali per i giovani che oggi arrivano senza occupazione ad oltre 30 anni e vivono ancora con i genitori, come la pensione per gli anziani che invece governo, confindustria e sindacati vogliono mettere in mano agli speculatori di borsa.

Garanzia di acquisizione e mantenimento di un livello culturale e formativo adeguato allo sviluppo scientifico e tecnologico, ma anche di tutela sanitaria per tutti i cittadini.

In altre parole pensiamo che, per ricostruire un sistema di valori valido per noi, bisogna partire da quella che è la condizione dei lavoratori anche a livello individuale.  Partire da questo elemento materiale ed esistenziale significa anche prendere coscienza che il singolo lavoratore, da solo, non può “accedere” a questa condizione poiché non ha alcuna possibilità di stabilire “rapporti di forza” tali da consentirgli di tutelarsi individualmente, visto che la situazione oggettiva spinge esattamente nella direzione opposta.

Questo significa che il valore della competizione deve divenire un disvalore, ovvero accettare la competizione come rapporto generale significa isolare i lavoratori uno dall’altro e lasciarli soli di fronte al “Dio mercato”cioè di fronte a chi detiene il potere di decidere.

Dunque condizione individuale dei lavoratori e necessità di unità collettiva sono due elementi strettamente connessi e non è un caso che, ad una situazione di divisione fin dentro i singoli posti di lavoro, corrisponda un peggioramento complessivo della vita dei lavoratori.

Partire perciò dal binomio condizione individuale/unità collettiva, ci porta inevitabilmente verso una concezione dei rapporti sociali più equilibrati, più equi, dove le esigenze dei vari settori sociali vengono tenuti nella dovuta considerazione in base al peso che hanno sulla scorta di una logica fondata sui diritti e non frutto di mera, caritatevole elargizione.

Non a caso non usiamo la parola solidarietà, perché oggi questa parola ha assunto un significato distorto e complementare a quello della competitività.  Infatti, mentre la società è competitiva, verso chi è stato sconfitto in questa competizione, per chi vive una condizione materiale ed esistenziale miserabile bisogna essere solidali, “buoni”, sempre che non si rimetta in discussione il carattere competitivo dello sviluppo, ovvero il motivo di fondo che produce la miseria sempre più vasta che caratterizza la nostra società a livello nazionale ed internazionale.  Il “buonismo” è diventato lo sport nazionale sia verso i bisognosi del nostro pae-10 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto se sia verso quelli degli altri paesi che aumentano in modo impressionante; chissà perché?

Questo buonismo, inoltre, colpevolizza chi ha qualcosa, anche poco, da difendere, magari un posto di lavoro, obbligandolo a vergognarsi di essere un “privilegiato” e chiedendogli contributi per alleviare la miseria dilagante e per alleggerire gli aggravi economici dello stato e delle istituzioni internazionali preposte che, “naturalmente”, devono invece impegnare le risorse a sostegno della competizione.  Questo dei “privilegiati” è uno dei trucchi più odiosi che viene utilizzato per dividere ulteriormente e per lasciare governare in pace chi ne ha il potere.  Allora i lavoratori “privilegiati” dei servizi danneggiano i “poveri utenti” con gli scioperi, gli occupati che hanno il posto “fisso” impediscono ai disoccupati di trovare lavoro e soprattutto, gli avidi pensionati, i lavoratori che non rinunciano alla pensione di anzianità, rubano il futuro ai giovani.

È questa la morale che ci propone la società “moderna” cioè i figli contro i padri; più competitivi di così non si potrebbe essere!

L’unità di cui parliamo noi ha un altro significato distante mille miglia da questa ipocrisia sfacciata e istituzionalizzata. Questa è la presa d’atto, lucida e razionale, da parte dei lavoratori o di un settore di lavoratori, che solo in questo modo è possibile modificare i rapporti di forza nella società attuale e riportare una parte della ricchezza prodotta verso i produttori effettivi e non verso la speculazione dei capitali finanziari.

Deve essere anche chiaro, però, che questa ricerca di unità si può spingere solo fin dove gli interessi a difendere le proprie condizioni collimano, con la coscienza che ciò coinvolge comunque la maggior parte del mondo del lavoro e della società.  Dunque un’unità vera e non ipocrita, basata su una chiara e netta coscienza di quali sono i propri interessi in questa società e di chi invece questi nostri interessi vuole colpire e limitare…” Se la RdB non si fosse dotata di tali strumenti di analisi e di condotta probabilmente avrebbe subito il forte ridimensionamento che ha interessato il resto del sindacalismo di base, che rappresenta meglio di ogni altra cosa come la mancanza di un orizzonte strategico, capace di individuare per tempo le trasformazioni in atto e la mancanza di identità - ma ancor più di indipendenza - portino alla agonia di un’esperienza importante nel panorama sindacale italiano.

Se la CUB, con il passaggio fondamentale del Congresso di Rimini del 2003, non avesse confermato la giustezza del percorso intrapreso, che mira alla definitiva costruzione nei tempi più stretti possibili della Confederazione del sindacalismo di base indipendente e conflittuale, probabilmente oggi in Italia non esisterebbe alcuna espressione sindacale compiuta capace di aggredire la realtà e le trasformazioni con un punto di vista e una pratica di classe.

ANALISI DI FASE

Tendenze della mondializzazione capitalista

1. Dinamiche e trasformazioni economico-produttive nella competizione globale In questi ultimi anni i processi di trasformazione economica hanno interessato tutti i principali paesi industrializzati con pesanti ricadute sui paesi in via di sviluppo. In tutte le economie si è assistito ad una riduzione del peso dell’industria sull’occupazione complessiva, in particolare delle grandi imprese, a favore dell’area dei servizi.  Questo calo dell’industria è dovuto soprattutto al processo di esternalizzazione di funzioni precedentemente interne e di carattere soprattutto di servizio all’industria (si pensi ai servizi legali, statistici, commerciali, informatici, di ricerca, ecc.) ma anche a fasi intere del ciclo produttivo.

Le politiche economiche neoliberiste basate sulla flessibilità e precarizzazione del mondo del lavoro, della produzione, con i connessi processi di privatizzazione, hanno causato molti cambiamenti nelle modalità di sviluppo economico internazionale, con un aumento vertiginoso nel settore dei servizi e la crescita del settore industriale in regioni a basso e medio livello di sviluppo grazie ai processi di delocalizzazione produttiva.

L’attuale modo di presentarsi della divisione internazionale del lavoro, delle filiere produttive internazionali, la finanziarizzazione dell’economia e la cosiddetta interdipendenza tra i diversi paesi, che altro non è che una nuova e più sofisticata dipendenza dei paesi poveri della periferia dai paesi ricchi, sono le maggiori manifestazioni della globalizzazione neoliberista con evidenti segnali di competizione capitalistica accentuata.

La competizione globale, infatti, ha imposto negli ultimi anni ristrutturazioni di impresa, privatizzazioni selvagge, innovazioni tecnologiche, che complessivamente invece di creare nuova occupazione hanno realizzato meno posti di lavoro dei licenziamenti effettuati. Una realtà senza analogie con il passato, che ha portato la disoccupazione a divenire uno dei fenomeni più drammatici del nostro tempo con caratteristiche sempre meno congiunturali e di fase assumendo forti connotati strutturali.  Questo anche perché, molte imprese, per ridurre il peso degli oneri sociali e il costo del lavoro utilizzano sempre più il cosiddetto “outsourcing”, ossia l’esternalizzazione di fasi e di interi processi produttivi per accrescere l’efficienza e la produttività dell’impresa e diminuire i costi. Domina la “produzione snella” che permette di realizzare subito alti profitti e rendite, comprimendo i costi del lavoro.  Nel mercato finanziario, molto più impressionante è stata la globalizzazione realizzata in questi anni; ogni giorno circa 2.000 miliardi di dollari sono spostati da un punto all’altro del pianeta attraverso le speculazioni finanziarie. Le grandi imprese industriali che fino a pochi anni fa erano collocate tra le prime dieci imprese del mon-13 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto do, sono oggi state sostituite dalle imprese finanziarie (come ad esempio i grandi Fondi pensione degli USA e del Giappone). Oggi sono le Borse a dominare e la finanziarizzazione dell’economia si oppone a qualsiasi forma di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, ostacolando la libertà di scelta e espansione dei diritti sindacali e sociali a carattere universali.

La nuova organizzazione capitalistica del lavoro si caratterizza sempre più con l’esplosione della precarietà, della flessibilità, della deregolamentazione, sotto forme senza precedenti per i salariati in attività. È il disagio del lavoro, con la paura di perdere il proprio impiego, di non avere più una vita sociale, anzi di impiegarla tutta al e per il lavoro, con l’angoscia legata alla consapevolezza di un’evoluzione tecnologica che non risolve i bisogni sociali.

È la precarizzazione dell’intero vivere sociale per i lavoratori dei paesi a capitalismo maturo e la miseria assoluta per i paesi della periferia. È la logica di un mercato mondializzato che, oltre a non avere alcun riguardo verso i diritti umani, l’ambiente, la qualità della vita, flessibilizza e precarizza il vivere sociale, allarga le masse di estrema povertà e di nuovi miserabili.

Si tratta di un capitalismo selvaggio che allarga sempre più la forbice delle condizioni economiche e sociali tra ricchi e poveri; questa è una ulteriore riprova del fallimento del mercato che, lasciato libero a se stesso, accentua sempre più le distanze esistenti tra le classi sociali.

2. I due attori principali della competizione capitalista: le tendenze macroeconomiche nei blocchi USA e UE L’economia degli USA presenta chiari segni di debolezza in quanto, pur essendo in crescita il mercato finanziario, vi è una crescente stagnazione dei settori tradizionali; la distribuzione del reddito è peggiorata in questi ultimi anni a sfavore delle classi basse ma soprattutto medie. La società americana oggi è formata da una vasta parte di popolazione che vive al limite della povertà, a cui si contrappone un 20% di benestanti che hanno la stragrande maggioranza della ricchezza del paese. Dal punto di vista delle difese per i lavoratori si ricorda che negli USA i sindacati rappresentano solo il 10% della forza lavoro nel settore privato e, cosa non di poco conto, sono molto legati e dipendenti dai due principali partiti politici.

Gli USA riescono a mantenere la loro posizione di dominio nel mondo soprattutto nel campo finanziario in quanto le riserve valutarie dei principali paesi occidentali sono in dollari; in questo modo riescono a dare al dollaro un valore molto superiore a quello reale e a indebitarsi senza immediate ricadute negative. Ed infatti la sicurezza del capitale finanziario è molto importante per gli USA dal momento che il risparmio interno è pressoché nullo ed in sostanza la ricchezza statunitense si basa sulla povertà imposta agli altri paesi.

Va considerato che gli USA sono strettamente dipendenti dall’approvvigionamento 14 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto di petrolio e questo è causa di un sempre più agguerrito coinvolgimento militare a livello mondiale. In questi ultimi anni gli Stati Uniti sono tornati ad avere una quota intorno al 30% del PIL globale, grazie alle spese militari. È per questo che la produzione bellica degli USA e la connesse ricerche utili a migliorare le tecniche militari rappresentano oltre i due terzi delle spese mondiali in questi settori. Gli USA sono consapevoli che senza egemonia militare non potrebbero imporre al mondo il finanziamento dei loro deficit, che consente loro di mantenere una posizione-guida anche in campo economico ma in maniera del tutto artificiale, fittizia, senza alcuno stabile retroterra macroeconomico. È solo attraverso la spesa militare che gli USA riescono a mantenere l’egemonia del dollaro nel mondo.

In questa situazione il ruolo centrale dell’Europa può emergere in tempi molto rapidi approfittando della debolezza strutturale dell’economia statunitense. L’euro continua a rafforzarsi e a profilarsi come strumento di guerra monetaria che si accompagna ad una dura guerra commerciale tra i due maggiori poli capitalisti. Per gli Stati Uniti la migliore Europa possibile deve essere sufficientemente unita ma sotto il dominio USA, perché questi ultimi temono che nel tempo possa sostituire la loro leadership mondiale e l’euro minacciare il rango del biglietto verde come valuta di riserva mondiale.

Le tensioni tra Europa e Stati Uniti sul rapporto di cambio tra dollaro ed euro, sui mercati commerciali e sul piano dei nuovi obiettivi espansionistici (vedi le diverse posizioni assunte in America Latina, in Medio Oriente e sulla strategia da seguire nella guerra all’Iraq e nel cosiddetto dopoguerra) mostrano come sia sempre più pressante la competizione tra i due poli.

E così l’Europa abbandona il modello di capitalismo “temperato” e per entrare nella competizione globale deve distruggere le forme di protezione del lavoro e del Welfare determinando nuove aree di povertà. Il fenomeno della povertà in Europa, infatti, nonostante i programmi messi in atto dai vari governi per cercare di risolvere il problema, è in grande aumento, anche considerando, che oggi si evidenziano sempre più le nuove forme di povertà da lavoro.

Se con la guerra all’Iraq si manifesta in tutta la sua complessità la competizione globale USA-UE, questa era esplosa già con l’avvento dell’euro, togliendo il monopolio al dollaro nelle relazioni internazionali. È su questo che, in tendenza, si giocherà la partita delle relazioni fra i due maggiori poli capitalisti considerando anche il nuovo ruolo e l’accelerazione economica del nuovo asse asiatico intorno a Cina e India. Tale accelerazione dell’attività economica è principalmente riconducibile al forte andamento delle esportazioni e dei consumi privati. Ciò anche per il nuovo ruolo che riveste la Cina, insieme all’India e a qualche altro paese competitivo nei confronti degli USA, cioè aree a medio-alto livello di sviluppo che nella ristrutturazione internazionale economico-produttiva non hanno più il solo ruolo di produttori di materie prime ma di trasformatori produttivi e di grandi esportatori di beni di buona o ottima 15 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto qualità, a prezzi altamente concorrenziali. Nell’ambito quindi della nuova divisione internazionale del lavoro e nell’attuale riorganizzazione economico produttiva va assolutamente considerato in chiave di prospettiva l’asse Cina-India come competitore strategico sicuramente alternativo agli USA.

3. La congiuntura economica internazionale

Non è possibile parlare della situazione congiunturale dell’economia italiana senza analizzare sinteticamente la situazione internazionale e in particolare i maggiori attori: Stati Uniti, Unione Europea, Giappone (e anche Asia, America Latina). Gli anni 2002-2003 sono stati anni di interruzione di un ciclo in parte positivo, anche se a crescita “pompata” per i maggiori paesi industrializzati. In Giappone la ripresa economica è stata molto lenta nel corso del 2004 ed anche negli altri paesi asiatici si è avuto un rallentamento. Unica eccezione la Cina che ha registrato nel 2004 una crescita del PIL del 9,5 per cento (nel 2003 era stato del 9,3%).

Per quanto riguarda l’Europa nel 2004 si è avuta una leggera ripresa nell’area dell’euro, anche se le principali economie sono state però caratterizzate da sviluppi diversi e quindi il quadro appare altalenante. In Germania l’attività è stata sospinta dalle esportazioni, i consumi hanno ristagnato, gli investimenti si sono contratti. In Francia e in Spagna la domanda interna ha continuato a espandersi, compensando l’andamento nel complesso negativo dell’interscambio estero. Nel contesto di una sensibile ripresa in atto nell’economia internazionale, trainata dagli Stati Uniti attraverso l’economia di guerra e dai paesi emergenti dell’Asia (Cina in testa), l’Unione Europea è, dunque, l’unica grande area economica a crescita ridotta. Il cambio forte, poi, se da un lato contribuisce a contenere la dinamica dei prezzi in Europa, dall’altro comprime la crescita delle esportazioni.

L’andamento stagnante e la continua compressione della produzione industriale si sono accompagnati anche in Italia ad una diminuzione del potere di acquisto dei salari e ad una forte diminuzione dei consumi privati. Questa crescita, dal passo lento e incerto, ha portato a un consuntivo di aumento del PIL per il periodo 1999-2004 pari ad appena l’1,4% in media.

Negli ultimi mesi del 2004 e nei primi mesi del 2005 l’economia mondiale, quindi, ha continuato a crescere a un ritmo relativamente positivo anche se continua ad essere sostenuta da condizioni tipiche dell’economia di guerra a guida USA.  La tendenza sembra ancora essere quella di crisi internazionale dove continuano i processi di finanziarizzazione dell’economia, anche se con esiti controversi e comunque dannosi per l’economia reale.

Peraltro il processo che ha caratterizzato lo sviluppo industriale degli ultimi 25 anni nei paesi a capitalismo maturo è stato contraddistinto quasi sempre e, anche se in modo diversificato, ovunque da un forte aumento della produttività del lavoro a cui è corrisposto un risparmio di lavoro che eccede decisamente la creazione di nuove op-16 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto portunità occupazionali. La globalizzazione neoliberista, l’internazionalizzazione dei processi produttivi, si accompagnano alla realtà di centinaia e centinaia di milioni di lavoratori disoccupati e precari in tutto il mondo.

In conclusione la via di uscita per la gestione della crisi sembra essere solo quella di marciare secondo i parametri del sostenimento della domanda attraverso l’economia di guerra in una nuova fase keynesiana dove si aumenta la spesa pubblica a carattere militare e si comprimono al massimo le spese sociali. Cioè sviluppare ancora una volta un keynesismo militare come tentativo di risolvere, o almeno gestire, la crisi. Per questo l’economia di guerra e la guerra guerreggiata dovranno avere carattere strutturale, cioè ampio respiro e lunga durata, con drammatiche ricadute anche sul movimento dei lavoratori dei paesi a capitalismo maturo (con i tagli al sistema pensionistico, alla sanità e allo Stato sociale con un nuovo specifico attacco ai diritti civili, sociali e sindacali).

SITUAZIONE INTERNA

Dopo gli anni dei governi tecnici e di centro sinistra, e quindi dell’apoteosi della concertazione, il governo di centro destra ha inaugurato una fase di sganciamento progressivo dalla concertazione per definire un modello di “non relazioni” sindacali più congeniale a politiche liberiste tout court, attuato attraverso il “muro contro muro” come nel caso dell’articolo 18 che, nonostante il mancato raggiungimento del quorum al referendum, resta l’unico provvedimento che il governo Berlusconi non è ancora riuscito a varare. Il risultato di quella mobilitazione, seppure attorno ad uno strumento come quello referendario che, lo ripetiamo, non ci piace e non intendiamo praticare, è però straordinario. Nonostante uno schieramento avversario vastissimo che comprendeva anche buona parte delle forze sindacali e del centro sinistra, oltre undici milioni di cittadini hanno respinto l’ipotesi di scomparsa definitiva delle tutele dal licenziamento. C’è, evidentemente, un pezzo di società più largo e più consistente delle forze che hanno condotto la battaglia per la difesa e l’allargamento delle tutele dell’articolo 18 che ritiene i temi e i diritti del lavoro ancora centrali. A questo pezzo di società più radicale dobbiamo rivolgerci anche per rilanciare nuove battaglie di democrazia e di avanzamento.

Da tempo le parti sociali non hanno più ruolo nel paese. Sia la Confindustria che i sindacati tradizionali sono tenuti ai margini della vita politica. Abituati a “condividere” le scelte di politica macroeconomica, a segnare il sentiero dello sviluppo e degli investimenti, a dettare condizioni, oggi si ritrovano invece ad essere sbeffeggiati ed ignorati da un governo che ha scelto deliberatamente di fare a meno dell’intermediazione delle parti sociali e di gestire direttamente il confronto con i propri amministrati.  Le modalità con cui il governo ha gestito la questione della Finanziaria e della “riduzione” delle tasse sono gli esempi più eclatanti di questa nuova linea.

Proprio la contemporanea perdita di ruolo sia di confindustria che di cgil cisl e uil sta rinvigorendo le relazioni tra loro con l’obbiettivo di rilanciarsi. Dopo il naufragio del tentativo del governo berlusconi di “polarizzare” anche il sindacato, attraverso gli accordi separati sul Patto per l’Italia e le relazioni privilegiate con cisl e uil – tentativo naufragato non tanto per ritrosia di Pezzotta e Angeletti, quanto perché insostenibile anche per loro il livello di attacco complessivo alla funzione sindacale – riparte, seppur con parecchi mal di pancia, il riavvicinamento della uil e della cisl alla cgil e, sul piano politico, al centro sinistra. Comincia la gara tra Pezzotta ed Epifani per accreditarsi come sindacato di riferimento e la parte più moderata di questo comincia a corteggiare più la cisl che la cgil che viene considerata troppo conflittuale (sic!). Unico punto di accordo tra governo e parti sociali sembra essere il comune intento di rapina del TFR, un aspetto emblematico attorno a cui si giocano, oltre ai soldi dei lavoratori, la partita del decollo del sistema finanziario italiano – definito asfittico perché mancano risorse da gettare sul mercato azionario – e quella di garantire comunque un ruolo al sindacato attraverso la gestione, anche se non più esclusiva come gli aveva garantito il centro sinistra, dei fondi pensione. La battaglia della CUB per la difesa del TFR racchiude più obbiettivi: difendere una consistente fetta di salario dei lavoratori, rilanciare la battaglia per la difesa e la riqualificazione del sistema previdenziale pubblico, dimostrare attraverso il rifiuto di massa del trasferimento del TFR ai fondi pensione che i sindacati concertativi non rappresentano il mondo del lavoro che su questioni rilevanti come questa non segue le loro indicazioni.  Il cambio di gestione in Confindustria è anche cambio di modello. Si passa dal piccolo è bello rappresentato dalla gestione D’Amato – che ha avuto il pieno sostegno del governo, almeno nei primi anni – al ritorno, con Montezemolo, della grande azienda con l’intento di ricollocare l’industria italiana nella fascia alta della produzione tecnologica europea e di mantenere il potere finanziario nelle mani delle grandi famiglie che da tempo hanno deciso di diversificare i propri interessi investendo, più che sulla produzione, sul mercato finanziario mobiliare e immobiliare, sulle assicurazioni ecc. Un progetto che, assieme alla ridefinizione del proprio ruolo, necessita del conforto sindacale per avverarsi. Così Montezemolo diviene il protagonista della ripresa delle relazioni tra imprese e sindacati al fine di ritrovare uno strumento di condivisione capace di garantire alle imprese nuovi margini di sviluppo. È la neo concertazione al ribasso, in cui non ci sono merci di scambio e che, con l’obbiettivo condiviso della lotta al declino industriale, prefigura nuovi scenari di sacrifici per i lavoratori.  I primi passi, poco compresi, della neo concertazione sono stati l’avvio dei tavoli comuni sulla riforma del sistema contrattuale e quello, interno alle confederazioni, sulle relazioni tra loro e quindi sulle dinamiche della rappresentanza. Manca ancora un attore, il governo, al tavolo della neo concertazione, ma sia la nuova Confindustria che Cgil, Cisl e Uil non disperano in un cambio politico con le prossime elezioni del 2006. In attesa di questo evento “salvifico”, cgil, cisl e uil fanno la voce 18 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto grossa e adottano una strategia di forte presenza politica e di iniziativa generale che però non sembra in grado di impensierire il governo che si fa beffe degli scioperi generali, peraltro quasi sempre di scarso, se non fallimentare, impatto.  Gli strumenti di lotta generale, in questa fase di presenza di un governo reso forte dal maggioritario e impermeabile sul piano sociale, rischiano di essere percepiti dai lavoratori come inutili se non controproducenti in quanto non realizzano concreti spostamenti nelle politiche del governo e pertanto non vengono compresi dai lavoratori.  Molto importanti e significativi sono stati invece i momenti di conflitto vero come quelli che hanno riguardato la questione ambientale (Scanzano, Acerra, Benevento), alcune lotte di settori specifici di lavoratori (autoferrotranvieri, ferrovieri, aeroportuali, Melfi, pendolari) che hanno dimostrato che è possibile far fare retromarcia all’esecutivo, ai padroni e ai sindacati concertativi su questioni molto sentite dagli interessati.  Più di ogni altro ha segnato questa fase la diffusione di iniziative (May day, 6 novembre, apparizioni di S. Precario, 4 dicembre manifestazione nazionale degli immigrati ecc.) che sono state capaci di dialettizzarsi direttamente con questioni quali il carovita, la disoccupazione, la precarietà l’immigrazione che non possiamo che considerare centrali nella fase attuale, che ci riguardano assai da vicino e che pongono al centro una riflessione importante sulla rappresentanza dei nuovi soggetti prepotentemente affacciatisi nella nuova dimensione dello sfruttamento e sulle forme, queste non nuove, di nuova contrattazione sociale che si sono presentate soprattutto intorno alla questione del carovita e del reddito.

I conflitti esplosi in questi ultimi anni, quelli cui accennavamo pocanzi, hanno saputo anche saldare, nelle lotte, soggetti diversi che fino ad allora avevano faticato a dialogare fra loro. I movimenti che hanno informato le lotte degli ultimi anni da Genova in poi, giovani, studenti, centri sociali, strutture sindacali hanno trovato un nuovo comune e prezioso modo di relazionarsi partecipando, ciascuno con le proprie dinamiche e modalità, ai più importanti conflitti. Così attorno alla questione dei tranvieri si sono viste forme di solidarietà militante dei giovani e degli studenti, alle iniziative per il diritto al reddito hanno contribuito assieme ai disoccupati i giovani precari e dei centri sociali, nelle lotte contro le discariche le popolazioni hanno ottenuto il conforto attivo nostro ma anche di tanti che operano quotidianamente sul piano sociale. Questo ha prodotto anche pratiche di lotta nuove, soprattutto per l’alveo sindacale, che possono diventare anche nostre. Una novità, questa della relazione con i movimenti reali che non dobbiamo disperdere né limitare ad alcuni territori dove i processi sono più avanzati.

GLI SCENARI PROSSIMI VENTURI

Se il quadro che abbiamo attraversato negli ultimi anni è quello descritto, non possiamo ora che porci l’obbiettivo di costruire un sindacato capace, nella nuova fase, di 19 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto affrontare adeguatamente le sfide che la trasformazione ci ha posto di fronte. Questo ovviamente non significa solo slancio volontaristico nell’affrontare i nuovi problemi, così come non sarà sufficiente dotarci di strumenti di rappresentazione politica ”alta” con cui interloquire con la situazione. Ci serve, oggi più che in passato, una organizzazione che sappia strutturarsi sui nuovi terreni di intervento come su quelli classici.  Non ci facilita il compito, nella definizione della nostra strutturazione, essere in un momento in cui il quadro politico è ancora in movimento, in cui non c’è ancora certezza di quale sarà la coalizione politica che guiderà il Paese nei prossimi cinque anni.  È ovvio, e vogliamo ripeterlo fino alla noia, che per noi – che facciamo dell’indipendenza un punto centrale della nostra identità – non è in discussione l’impianto conflittuale con cui ci collochiamo nella nostra quotidiana battaglia per la difesa dei diritti dei lavoratori. È invece materia di approfondimento valutare attentamente gli scenari con cui ci troveremo a dover fare i conti, perché è del tutto evidente che la situazione non sarà uguale se a governare sarà ancora il centro destra o tornerà il centro sinistra, non vogliamo dire che sarà peggiore o migliore, semplicemente che non sarà la stessa cosa. I “blocchi sociali”, e quindi gli interessi materiali, che sono rappresentati dal centro destra e dal centro sinistra confliggono direttamente. Il centro destra è stato supportato in questi anni dalla Confindustria di D’Amato perché quella Confindustria era espressione diretta delle piccole e medie imprese e il governo Berlusconi ha incentrato la sua politica economica proprio intorno all’ipotesi di sostegno a questo segmento specifico. Invece l’attuale presidente di Confindustria Montezemolo, espressione delle grandi famiglie del capitalismo italiano, guarda con evidente simpatia al centro sinistra in quanto questo schieramento è decisamente orientato al rilancio di quel capitalismo da lui ben rappresentato essendo anche il presidente della Fiat e della Ferrari. È quindi evidente che gli scenari economici cambieranno a seconda che a prevalere sia l’ipotesi legata alla piccola e media impresa o quella legata al rilancio delle “famiglie” del capitalismo italiano più classico.  L’eventuale vittoria del centro sinistra alle elezioni politiche del 2006 che, è bene ricordarlo, non sono la stessa cosa delle Amministrative, rilancerebbe il protagonismo delle forze sociali che, come abbiamo visto, avranno dato un contributo politico importante a questo ipotetico risultato e presenteranno il conto. Protagonismo che ovviamente avrà caratteristiche del tutto diverse da quelle “conflittuali” adoperate durante i cinque anni di governo del centro destra. Il rilancio della concertazione diverrebbe così il primo punto all’ordine del giorno dell’agenda delle parti sociali, con le caratteristiche al ribasso che abbiamo individuato in premessa, ma questo avverrebbe in un quadro di smobilitazione graduale che dovrà necessariamente passare anche per la normalizzazione di quanto in questi ultimi anni si era mosso nel solco del conflitto.  Il programma di “liberismo temperato” che inevitabilmente informerà l’eventuale governo di centro sinistra necessiterà, per essere attuato, della condivisione delle parti sociali ma soprattutto di una buona dose di pace sociale, che solo cgil, cisl e 20 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto uil potranno tentare di garantire. Un nuovo patto sociale, costruito attorno alle esigenze del padronato, del capitale finanziario, della attuazione della Costituzione europea.  Un patto sociale che avrà quindi, come sempre, come merce di scambio i diritti dei lavoratori. Il “contrordine compagni” è già iniziato, cosi com’è iniziata la fase di normalizzazione interna alla cgil – l’accordo sul contratto dei metalmeccanici tra fiom e fim - uilm ne è una concreta avvisaglia – che deve, nel breve volgere di pochi mesi, ricalibrare la propria iniziativa avendo di fronte una prospettiva di governo e non più di opposizione frontale. La presenza nel centro sinistra anche dell’area cosiddetta radicale, offrirà la indispensabile copertura a sinistra e, qualcuno spera, potrebbe normalizzare anche parte del mondo del sindacalismo di base. La stessa sinistra Cgil ha completamente smobilitato ed oggi si può sostenere che la minoranza interna sia gestita direttamente dalla maggioranza di Epifani. In questa prospettiva, non irrealistica, di vittoria del centro sinistra e di rinculo dell’iniziativa di cgil, cisl e uil, si aprirà per la CUB una forte possibilità di tornare ad essere gli unici a rimanere in campo a dare battaglia per la difesa dei diritti dei lavoratori, rimettendo al centro del conflitto non l’ostilità a Berlusconi e alla sua coalizione ma le politiche antipopolari adottate ieri dal centro destra e oggi di nuovo dal centro sinistra.

Sicuramente diversa la situazione che si presenterà ove il centro destra dovesse riconfermarsi alla guida del paese. È del tutto evidente che le operazioni di delegittimazione delle parti sociali subirebbero una forte accelerazione con l’intento di delineare anche in Italia una situazione di relazioni industriali all’americana dove il sindacato – che comunque lì non è mai stato fortissimo – è stato ridotto al lumicino e non ha alcuna voce in capitolo nella definizione delle politiche sociali. La vicenda del nuovo fronte della destrutturazione finale del modello di welfare statunitense presentato da Bush – cioè quello delle pensioni – è la dimostrazione più classica di come anche il centro destra nostrano interpreta le relazioni sindacali: nessuna necessità di condivisione, muro contro muro con la garanzia, data dal sistema maggioritario, di poter portare l’affondo senza eccessivi problemi. Le politiche ultraliberiste già delineate nell’ultimo scorcio di legislatura subirebbero un forte rilancio, così come l’attacco ai diritti sarebbe ancora più massiccio. In una situazione simile è lecito ipotizzare sia una nuova fase di crisi del centro sinistra, di scomposizione e ricomposizione dell’alleanza costruita attorno a Prodi, ma anche una vera e propria crisi politica di prospettiva, sia un mantenimento del ruolo di antagonista politico di una parte del sindacalismo confederale – facile anche ipotizzare una nuova fase di crisi tra cgil, cisl e uil – che genererà inevitabilmente una nuova fase di “movimento” dentro al quale abbiamo dimostrato essere capaci di stare senza perdere i tratti della nostra identità come avvenuto invece praticamente per tutto il resto del sindacalismo di base.  Un altro aspetto fondamentale del prossimo futuro con cui fare i conti sarà l’attuazione del federalismo, sia nell’accezione proposta dal centro sinistra con le modifiche al titolo V° della Costituzione approvate agli sgoccioli della passata legislatura, sia 21 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto nell’accezione “hard” della devolution come richiede la lega e buona parte del centro destra. Quale che sia l’opzione prevalente, diverrà operante, formalmente e sostanzialmente, una modifica importante del quadro istituzionale che ci riguarda da vicino e che necessita della massima attenzione perché con il quadro istituzionale si andranno via via modificando anche le politiche economiche e del lavoro e, quindi, le relazioni sindacali. Già oggi assistiamo ad un imperioso protagonismo delle autonomie locali che, di fronte ad uno Stato centrale che ha progressivamente ridotto le proprio attribuzioni per decentrarle - senza tuttavia attuare un contemporaneo e simmetrico decentramento delle risorse per la sua attuazione – costruisce leggi finanziarie locali, si dota di propri strumenti di governo del welfare, istituisce luoghi istituzionali di confronto che prima erano esclusiva attribuzione dello stato centrale. Si intravede, anche se ancora non nitidamente, un futuro fatto di frammentazione localista, di politiche del lavoro centrate sulle capacità produttive dei singoli territori, di competizione tra le varie realtà del paese per attrarre investimenti e insediamenti produttivi in una logica in cui chi offre migliori condizioni di costo del lavoro e di subordinazione alle esigenze di impresa guadagnerà spazi di mercato a discapito di altri territori. Una logica fatta di bassi salari, riduzione del welfare, tassazione locale alta per consentire sgravi alle imprese, in un quadro di concertazione locale funzionale alla realizzazione di questi progetti in una cornice di pace sociale. È evidente che una simile prospettiva ci obbliga ad una attenta e approfondita riflessione sulla nostra funzione e sulla nostra strutturazione, se non vogliamo arrivare impreparati alla sua realizzazione.

La RdB ha sempre agito in un quadro unitario sul piano nazionale – tale scelta non è sempre stata condivisa da altri pezzi del sindacalismo di base – perché abbiamo sempre ritenuto l’unicità contrattuale, normativa e salariale uno strumento potente di unità della classe e di difesa dei lavoratori soprattutto di quelli dei territori più svantaggiati nello sviluppo. La RdB è stata l’unica organizzazione sindacale a carattere nazionale ad essere scesa in campo ufficialmente quando fu sottoposta a referendum la modifica Costituzionale in senso federalista approvata nelle ultime ore di vita del governo D’Alema con una maggioranza risicatissima. Non possiamo che confermare la scelta operata all’epoca proprio oggi che si affacciano sulla scena sindacale progetti di riforma della contrattazione che puntano a scardinare il contratto nazionale, in nome del federalismo, per favorire la contrattazione locale. Noi ci siamo sempre opposti ad un simile stravolgimento dei rapporti di forza che metterebbe i lavoratori alla mercè diretta degli interessi di impresa favorendo un dumping tra i vari territori e le varie imprese. Riteniamo che anche oggi questo atteggiamento sia quello più giusto sul piano politico generale e su questa linea va ancorata l’iniziativa dell’organizzazione.  È però altrettanto necessario che la nostra organizzazione trovi gli strumenti adeguati alla nuova situazione. Le relazioni istituzionali a livello locale non possono più essere un optional ma, assieme a tutta la CUB, devono diventare un punto di pro-22 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto gramma da rivendicare, ovviamente, attraverso il conflitto laddove si presentino resistenze di qualsiasi tipo sia da parte delle controparti istituzionali sia, come è probabile, da parte dei detentori del monopolio della rappresentanza sindacale. Le strutture locali dell’organizzazione non possono più quindi operare, come spesso hanno fatto finora, da semplice terminale politico/operativo dell’organizzazione nazionale ma, superando ritardi a volte anche gravi, divenire soggetto pieno, sul territorio, dell’articolazione politica. Ci rendiamo conto dell’insufficienza dell’attuale strutturazione a fare fronte ai nuovi compiti politici che la situazione richiede, riteniamo giusto che il congresso assuma oggi la decisione di operare verso una migliore e più adeguata capacità di stare sul territorio rispondendo alle trasformazioni in atto, ma riteniamo anche che tale modificazione dell’assetto della RdB necessiti di un lavoro approfondito di analisi e di proposizione politica che attraversi tutti i campi, da quello politico a quello dell’organizzazione, da quello economico a quello degli strumenti necessari a far decollare il progetto. Questo lavoro di approfondimento, che non può essere disgiunto da un’ analisi concreta della situazione concreta, ha bisogno di tempo e di conoscenze che il congresso non ha e non può avere e che, necessariamente, deve essere rinviato ad un confronto, che ha le caratteristiche dell’urgenza, che coinvolga appieno tutto il corpo dell’organizzazione e in particolare i responsabili delle strutture interessate.

Sarebbe comunque un errore grave immaginare che questa nuova situazione sia affrontabile in termini di ingegneria istituzionale o di adeguamento delle politiche dell’organizzazione alle politiche di concertazione locale, pur di ottenere un tavolo di confronto con le istituzioni. È attraverso il conflitto, la puntuale individuazione delle nostre proposte e la loro costante rivendicazione, la capacità di inserirsi nelle contraddizioni dell’avversario che sarà possibile ottenere con dignità e forza il ruolo che ci spetta. Gli aspetti su cui intervenire e su cui abbiamo da anni espresso una posizione netta sono innumerevoli, dalle privatizzazioni alle scelte in tema di sanità, di trasporti, di politiche della casa ecc. Sono questi gli strumenti forti che abbiamo da mettere in campo e intorno ai quali creare mobilitazione e consenso tali da imporre la nostra presenza nel quadro politico territoriale.

IL QUADRO NOSTRO

La RdB

Dallo scorso congresso ad oggi la RdB è cresciuta sia come estensione dell’organizzazione che come peso politico complessivo. Su questo non ci sono discussioni.  Siamo stati protagonisti assoluti, con la CUB, delle vertenze più importanti e più entusiasmanti degli ultimi anni. In particolare abbiamo dato un contributo rilevantissimo, se non decisivo, alla vertenza degli autoferrotranvieri che, iniziata nel dicembre 23 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto 2003, ancora non può considerarsi conclusa. Una vertenza che seppur centrata su una questione strettamente di categoria, come il rinnovo del contratto, è divenuta il simbolo della rivolta del mondo del lavoro alle politiche di compressione dei salari e delle tutele dei lavoratori e alle scelte di compatibilità operate da cgil, cisl e uil. È da quella lotta che la parola d’ordine “salari, diritti, dignità” è divenuta parola d’ordine di tutto il mondo del lavoro e che è riecheggiata successivamente da Fiumicino a Melfi.  Siamo stati e siamo protagonisti della battaglia per il diritto al reddito sociale ai precari e ai disoccupati. Attraverso la rete per il reddito sociale e i diritti, di cui siamo i principali animatori, abbiamo imposto al centro dell’attenzione politica la questione delle condizioni di vita di milioni di precari e disoccupati, la necessità di introdurre strumenti concreti che vadano nella direzione di assicurare comunque un reddito a tutti, la questione della lotta al carovita che sarà punto centrale delle nostre lotte nei prossimi mesi. È stata la determinazione politica ed organizzativa, la chiarezza con cui abbiamo affrontato la questione del reddito, a consentire che la RdB venisse considerata il sindacato di riferimento per migliaia di disoccupati, soprattutto campani, che hanno scelto di aderire alla nostra organizzazione e oggi rappresentano, assieme agli LSU di tutto il meridione e particolarmente di quelli della Sicilia, della Puglia e del Lazio, la punta avanzata del movimento di lotta per il lavoro ed il salario. I risultati elettorali ottenuti nelle recenti elezioni per il rinnovo delle RSU in tutto il pubblico impiego, sanciscono la definitiva conferma della nostra radicata presenza in tutti i comparti e l’acquisizione della maggiore rappresentatività anche nel comparto Università.  Sono sette oggi i comparti in cui la RdB è organizzazione sindacale maggiormente rappresentativa nel pubblico impiego. Ciò è avvenuto in una situazione difficilissima in cui ci confrontavamo con cgil cisl e uil che arrivavano all’appuntamento elettorale forti di una favorevole campagna mediatica dovuta al protagonismo politico messo in campo contro il Governo e con il chiaro obbiettivo, specialmente della cgil, di farci scomparire per togliersi di mezzo un pericoloso contendente, soprattutto in previsione di una eventuale vittoria del centro sinistra e del conseguente, inevitabile, cambio di rotta. Anche laddove era ed è più difficile costruire organizzazione nazionale, come nell’energia, abbiamo però mantenuto presenza politica e sindacale in special modo con l’opera di contrasto alle privatizzazioni e alle conseguenti ristrutturazioni, trovando anche relazioni esterne a noi.

Se sul piano del privato abbiamo confermato e rafforzato una presenza importante e ormai stabilizzata, oltre che nei settori storici anche nelle Multiservizi, tra gli ex LSU oggi dipendenti di imprese che operano nelle scuole ed in molte altre SPA che gestiscono servizi pubblici locali, nel settore delle Cooperative Sociali appartenenti al famoso No Profit o Terzo Settore, la nostra iniziativa non solo ha prodotto lotte e mobilitazioni significative - contro i contenuti contrattuali e l’inserimento di tipologie di precariato in attuazione della Legge 30, che CGIL CISL UIL hanno perseguito – ma ha fatto emergere da quanta miseria etica e sociale oltre che politica, di quanto profitto, 24 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto quello sì vero, sia in realtà caratterizzata la gestione esternalizzata dei servizi sociosanitari, tutta basata sulla precarietà e sullo sfruttamento più selvaggio degli operatori.  Un altro settore d’intervento che ha preso l’avvio in modo sistematico da poco meno di un anno è quello dell’immigrazione.

Una scelta dettata non solo dalla considerazione che ormai gli immigrati rappresentano una parte considerevole del mondo del lavoro - sono un milione e mezzo i cittadini extracomunitari che lavorano regolarmentein forma subordinata od autonoma nel nostro paese – ma soprattutto dalla consapevolezza che su di essi si stanno sperimentando modelli sociali, rapporti politici e legislativi che costituiscono una vera e propria involuzione della tradizione culturale, politica e giuridica del nostro paese.  L’introduzione del contratto di soggiorno - imposto dalla Bossi Fini, che condiziona alla durata dei contratti di lavoro, ormai sempre più precari e brevi, la permanenza in Italia dei lavoratori immigrati - non è altro che il completamento della Legge 30 sul mercato del lavoro.

Sulla consapevolezza della necessità di non ghettizzare le lotte degli immigrati per i propri diritti e la propria dignità, ma di trovare i modi concreti con cui queste si saldano con le lotte dei lavoratori italiani, si è basata la nostra attività che ha visto l’apertura in numerose sedi territoriali di sportelli specificatamente dedicati a queste tematiche, oltre naturalmente all’intervento più generale legato alle problematiche specifiche prodotte dalle legislazioni, sempre più oscurantiste, susseguitesi dal 1998 in poi, a partire dall’approvazione della Turco/Napolitano.

La costruzione di rapporti corretti con le associazioni e le comunità, il sostegno alle lotte che dall’autunno in poi hanno messo in evidenza un grande protagonismo degli stessi immigrati, il nostro impegno diretto nell’organizzazione delle stesse, ci hanno permesso di avere un ruolo non certo secondario all’interno delle mobilitazioni sfociate nella grande manifestazione del 4 dicembre a Roma.  Anche in questo settore l’autonomia di giudizio, che prescinde da posizioni ideologiche o politiche precostituite, e la capacità organizzativa che conferisce concretezza e coerenza ai nostri discorsi, sono state le armi vincenti e ancora di più dovranno esserlo nella costruzione di un movimento di lotta capace di affrontare la condizione di marginalità e di effettivo apartheid civile e sociale, a cui la cultura poliziesca e repressiva - che è alla base delle leggi emanate da questo Governo ma che ha trovato solide radici nelle precedenti normative di legge promulgate dal Centro sinistra – vuole ridurre i cittadini e i lavoratori immigrati.

Se quindi sul piano politico, del radicamento e delle lotte abbiamo segnato indiscutibili punti a nostro favore, non dobbiamo sottacere le difficoltà e i problemi che pure esistono al nostro interno e che vanno affrontati serenamente per essere risolti.  Nei trasporti scontiamo le difficoltà dovute alla mancanza pressoché totale di agibi-25 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto lità e diritti e la proterva continua chiusura delle parti datoriali – più a livello centrale che locale, in verità – dovuta non solo alla volontà di queste di impedirci la crescita, che un riconoscimento indubbiamente ci consentirebbe, ma anche, e forse soprattutto, alla netta chiusura ad un nostro qualsivoglia coinvolgimento nelle relazioni industriali da parte di cgil, cisl e uil che temono moltissimo il nostro ruolo e la nostra crescita. Non va sottaciuta una certa tendenza all’aziendalismo che, seppur comprensibile data la natura della categoria, sta diventando obbiettivamente un freno allo sviluppo e alla crescita della struttura. Peraltro l’internità delle nostre strutture al coordinamento nazionale dei sindacati di base del trasporto pubblico locale, assieme a Sult, Sincobas, Slai, Cobas e Fltu, se ci ha nella prima fase aiutato nella grossa vertenza dell’autunno scorso, oggi è obbiettivamente divenuta un elemento di freno e di ritardo alla crescita. In particolare la stretta dipendenza di alcune di queste organizzazioni da partiti politici che hanno però come interlocutore principale la Cgil, impedisce a noi operazioni di stabilizzazione, che pure abbiamo più volte tentato, e propone continue subordinazioni a esigenze di partito. È quindi necessario mettere in campo iniziative volte a modificare radicalmente questa situazione mettendo anche in conto la possibilità di interrompere questa unità di azione che sta diventando, nostro malgrado, unità per la non azione! È anche necessario comprendere appieno cosa significhi per la RdB/CUB Trasporto urbano l’integrazione nella CUB Trasporti, vista anche l’attuale condizione organizzativa e di sviluppo delle altre due organizzazioni, la FLTU e la CUB Trasporto aereo. Quella dei Trasporti è la prima significativa aggregazione di organizzazioni diverse che operiamo all’interno della CUB e quindi siamo di fronte ad una sorta di sperimentazione che non deve essere negativa ma deve dare indicazioni di lavoro e di organizzazione a tutta la CUB. È necessaria una riflessione attenta sia sul piano operativo che su quello politico che affidiamo per buona parte al congresso della RdB/CUB Trasporti.

Nel pubblico impiego, nonostante l’evidente successo alle elezioni RSU, permangono alcune difficoltà di gestione in alcuni settori, soprattutto tra quelli storici, che sarebbe opportuno risolvere rapidamente per non disperdere quanto costruito sinora e per poter immaginare un quadro di sviluppo davvero condiviso da tutti. Riscontriamo, ancora, diffidenze nei confronti della categoria unica di pubblico impiego e particolarismi di settore, così come fanno fatica ad assumere il ruolo loro demandato i coordinamenti regionali di pubblico impiego che, raramente, hanno svolto funzione politica di sviluppo e di governo della categoria sul territorio. Il congresso della RdB pubblico impiego avrà quindi anche il compito di individuare le soluzioni migliori per superare di slancio le difficoltà che si sono presentate, ricordando sempre che gran parte dello sviluppo dell’organizzazione ancora oggi dipende dalla nostra capacità di intervento e dalla nostra crescita in questa categoria.

Le strutture decentrate dell’organizzazione – i coordinamenti provinciali – hanno in molti casi accusato un notevole ritardo di comprensione politica dei processi che l’or-26 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto ganizzazione metteva in atto, in particolare - tranne che nel meridione che su questa questione ha dato un contributo determinante - nella costruzione dell’iniziativa sul reddito. Alcuni coordinamenti sono stati tali solo sulla carta non svolgendo alcuna funzione sul territorio limitandosi, nel migliore dei casi, ad amministrare l’esistente senza progettare ed attuare lo sviluppo.

La CUB

Con l’Assemblea Nazionale di Rimini del 2003 abbiamo segnato una svolta importante nella costruzione “reale” della CUB, passando dall’enunciazione della necessità della Confederazione alla concreta pratica della confederalità. La RdB dopo Rimini ha delegato pressoché completamente al livello confederale la rappresentazione politica e si è limitata a continuare a costruire il sindacato nelle categorie e nei territori.  La CUB è stata quindi il soggetto che ci ha rappresentato tutti nelle iniziative contro la guerra, nella costruzione delle mobilitazioni contro la precarietà e per il diritto al reddito, nelle lotte dei lavoratori dei trasporti, nelle prime manifestazioni contro la ripresa della concertazione ecc. Ovviamente diamo un giudizio positivo della visibilità politica ottenuta in questi due anni. La CUB è uscita allo scoperto sui temi centrali, ha avuto una buona eco tra i lavoratori e sulla stampa, è riuscita ad imporsi davvero, nell’immaginario collettivo, come la confederazione del sindacalismo di base presente nelle categorie e radicata nei territori, anche per la evidente crisi del resto del sindacalismo di base che si è appiattito sempre più sulla Cgil e sulle scelte eterodirette del social forum. Ciò che è mancato, e che ancora sembra mancare, e che in qualche modo ha rappresentato un freno alla crescita complessiva della CUB e quindi anche nostra, è stata la capacità di avviare campagne politiche forti su temi centrali che pure erano stati posti all’ordine del giorno come quello sul salario e sul ripristino della scala mobile, del TFR, della rappresentanza, del diritto di sciopero.  Le diverse provenienze delle organizzazioni che compongono la CUB che, ancora oggi, è formalmente una confederazione di organizzazioni, probabilmente giocano ancora un ruolo importante. Convivono, seppur con qualche difficoltà, più di un modo di leggere la realtà politica e sindacale del paese, cosa che ha generato conseguenti modelli di relazione ed organizzativi diversi che ancora fanno fatica ad omogeneizzarsi e che, in qualche occasione, determinano ritardi ed incomprensioni.  Il permanere di diversi modelli organizzativi, frutto come dicevamo di diverse concezioni sindacali, pur in presenza di una sostanziale unità di vedute sul piano politico, ha impedito alla CUB di operare al meglio e di rafforzarsi e consolidarsi. Noi abbiamo sempre ritenuto, e continuiamo a ritenere, che lo sviluppo dell’organizzazione sia questione centrale e che non possa essere delegata unicamente alla buona volontà di chi opera nei singoli territori o nelle singole categorie ma che sia necessario uno sforzo solidale di tutta l’organizzazione. Spesso ci siamo fatti carico a livello locale anche del sostegno ad altre categorie della CUB che non erano in grado in pro-27 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto prio di programmare lo sviluppo, abbiamo aperto le sedi RdB alle altre organizzazioni della CUB, insomma abbiamo reso fruibile ciò che abbiamo costruito faticosamente in questi anni, ma è ormai evidente che non è più ipotizzabile questa modalità di relazioni se non si definisce in concreto un modello di sviluppo e di organizzazione compatibile. Ciò si rende ancora più necessario nell’ipotesi, che noi sosteniamo decisamente, della costruzione delle CUB regionali su tutto il territorio nazionale come punto di forza di tutta l’organizzazione e struttura capace di rendere più facile e veloce l’omogeneizzazione all’interno della CUB. L’esperimento della costruzione della CUB Trasporti ancora non ci da sufficienti elementi per capire se stiamo andando nella direzione giusta, certo è che il futuro dovrà sempre più vedere momenti di sintesi organizzativa e di gestione, un processo che rischia di essere ritardato proprio dalla mancata definizione di un modello unitario di regole e di funzionamento.  La prossima Assemblea nazionale della CUB, prevista statutariamente per il 2006, dovrà obbligatoriamente sciogliere alcuni nodi in tal senso. Da oggi ad allora dovremo comunque fare ogni sforzo possibile perché la CUB si affermi come il soggetto unitario di tutti noi sia sul piano nazionale sia, costruendo le CUB regionali dappertutto, sul piano territoriale.

LO STATO DELLE STRUTTURE E I NUOVI COMPITI

La crescita obbiettiva dell’organizzazione, la spinta alla costruzione delle CUB regionali, lo spostamento di poteri sul piano istituzionale dal livello centrale a quello locale ci obbligano ad una rilettura del nostro piano organizzativo generale per renderlo

adeguato a dare le risposte che la situazione ci chiede. È indispensabile a tal fine una disamina attenta e non consolatoria dello stato delle nostre strutture, tenendo sempre presente che, comunque, sono queste che ci hanno fatto raggiungere l’attuale peso politico

Il Coordinamento nazionale

Riteniamo che l’esperienza del Coordinamento nazionale allargato alla presenza dei compagni responsabili delle maggiori strutture di coordinamento provinciale, seppure ha consentito di avere un quadro più puntuale della percezione e della realizzazione delle scelte dell’organizzazione, non sia stato completamente adeguato. È sicuramente mancata la presenza di compagni interni al lavoro legato ai nuovi compiti dell’organizzazione, raramente si è usciti dal localismo. Un’ipotesi di lavoro che proponiamo al congresso è pertanto quella di un allargamento contenuto del Coordinamento nazionale, non per farne un’assise pletorica ma per avere al suo interno anche la rappresentanza di territori e articolazioni di lavoro importanti ma fin qui esclusi dalla costruzione della direzione, e la costituzione di un esecutivo più ristretto che 28 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto abbia il compito di rendere effettivamente realizzabili sul piano concreto le scelte che il Coordinamento di volta in volta effettuerà.

Il Consiglio nazionale

Ben più critica è la valutazione sul Consiglio nazionale di Federazione che si è dimostrato essere del tutto inadeguato al compito statutario che gli veniva affidato, cioè quello di contribuire a definire le scelte dell’organizzazione. Nonostante molti abbiano ritenuto di candidarsi a farne parte, in concreto alle riunioni del Consiglio molte erano le assenze ripetute, ma soprattutto è mancata la funzione di elaborazione, di contributo politico che ci si aspettava. La partecipazione agli organismi non può più essere intesa come elemento di “formazione sindacale”. Altri sono i luoghi in cui ciò sarà possibile, alla RdB oggi serve un quadro dirigente responsabile, interno ai processi decisionali, capace di fornire strumenti e contributi di analisi. Riteniamo pertanto, alla luce di questa esperienza di dover valutare con attenzione la composizione del consiglio, senza sottostare a pressioni categoriali o di territori ma individuando quei compagni effettivamente disponibili a dare un fattivo contributo alla crescita dell’organizzazione e che siano effettivamente rappresentativi dei territori e delle categorie.

I Coordinamenti provinciali

È prioritariamente necessario chiarire che, anche alla luce della verifica del loro funzionamento, non tutte quelle strutture che oggi si autodefiniscono coordinamenti provinciali lo sono. In molti casi si tratta semplicemente di sedi di lavoro - non avendo ancora costruito compiutamente un assetto di coordinamento politico che è quello che abbiamo deciso nei precedenti congressi - che spesso non sono intervenute, come è invece indispensabile, a sostenere le categorie prive di agibilità e diritti sindacali.  Su questo probabilmente è necessario fare maggiore chiarezza.  Molti coordinamenti provinciali hanno fin qui soprattutto assolto ad un compito di coordinamento dell’esistente senza immaginare lo sviluppo del nostro intervento su quei settori emergenti che pure sono stati al centro della nostra attenzione politica dall’ultimo congresso ad oggi. Con questo Congresso sanciamo invece una nuova fase, che non può che valere per tutti, in cui affianchiamo alla necessità di mantenere sempre alto il livello dell’intervento nelle nostre roccaforti categoriali, l’avvio della strutturazione necessaria a far si che il sindacato sia strumento “fruibile” anche fuori delle aziende e accolga i soggetti espulsi o estranei al ciclo produttivo classico. Rendere fruibile l’organizzazione significa attrezzare le nostre sedi e i nostri compagni ad una nuova modalità di lavoro fatta di intervento politico e sindacale ma anche di capacità di offrire servizi e strumenti che per alcuni settori sono indispensabili tanto quanto il sostegno politico sindacale.

È tanto più necessario attrezzare le nostre strutture locali ai nuovi compiti in quanto su questi terreni sindacali/sociali intervengono anche articolazioni di movimento 29 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto che non hanno come noi caratteristica e strutturazione di tipo sindacale e con le quali è opportuno mantenere una capacità di interlocuzione che, senza snaturare né destrutturare il nostro modello sindacale di approccio ai problemi, coniughi con questo le nuove forme di contrattazione sociale che si stanno affermando come modalità di battaglia e rappresentazione politica. Lo scontro sul carovita, che intendiamo portare avanti con forza e determinazione, necessita ad esempio della capacità di allargare il movimento ad altri soggetti, consumatori, disoccupati, precari, associazioni di quartiere che potranno offrire valore aggiunto alle nostre iniziative che, ad esempio nei luoghi di lavoro, potranno esprimersi attraverso un forte rilancio della proposta di nuova scala mobile. L’esperienza estremamente positiva di lavoro in comune con altri soggetti che abbiamo realizzato con la Rete per il reddito sociale e i diritti può senz’altro essere un riferimento di come, senza cadere nelle trappole di relazioni “eterodirette” che al momento giusto si squagliano come neve al sole per restituire ai partiti la gestione della politica, si possano utilmente far convivere esperienze di natura e provenienze diverse.

Da tempo abbiamo prodotto l’analisi e l’elaborazione necessaria su questi temi, ciò che ancora ci manca sono gli strumenti dell’intervento - anche se qualcosa abbiamo già messo in campo - e la riorganizzazione delle strutture intorno a questi nuovi compiti.  Se, infatti, il nostro intervento sul mondo del lavoro ”classico” va mantenuto e rafforzato perché rimane comunque strategico – e su questo terreno possiamo dire che gli strumenti di cui ci siamo dotati hanno funzionato abbastanza bene – dobbiamo ora, evitando freni e resistenze di tipo categoriale, attrezzare al meglio le nostre strutture per i nuovi compiti.

Le Federazioni Territoriali

Le Federazioni Territoriali, quelle cioè cui il nostro statuto assegna il compito specifico di occuparsi dei precari, dei disoccupati, dei pensionati, degli immigrati, dei lavoratori non organizzabili in categorie nazionali, finora si sono strutturate solo in alcune città, principalmente del meridione, sulla scorta dell’intervento su LSU e disoccupati.  In questi luoghi abbiamo potuto sperimentare il progetto ricevendone indicazioni preziose visto anche il confortante risultato ottenuto. Se è vero, come sosteniamo, che ora le nuove figure sociali sono largamente diffuse su tutto il territorio nazionale – anche se le caratteristiche non sono sempre le stesse, ad esempio gli immigrati nel nord sono quasi tutti inseriti nei cicli produttivi mentre nel centro sud vivono soprattutto di lavoro nero o di piccolo commercio abusivo – noi dobbiamo attrezzarci alle relazioni con questi soggetti ovunque. Vanno individuate le strutture dedicate a questo nuovo lavoro, le risorse, gli strumenti. Va innanzitutto prodotta inchiesta su ciò che realmente è presente sul territorio e quali esigenze prioritarie si manifestano.  La struttura centrale dell’organizzazione che ha prodotto molto, sia in termini di analisi che di intervento, dovrà disporsi al sostegno concreto e materiale di que-30 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto sto nuovo lavoro. Proponiamo al congresso, anche per evitare incomprensioni sul ruolo di questa struttura, di cambiare la denominazione passando da “federazioni territoriali” a “coordinamenti del territorio” in modo che risulti chiaro che si tratta di articolazioni che, nell’ambito della strutturazione organizzativa e di lavoro che ci siamo dati, operano sul territorio espressamente per l’organizzazione dei soggetti che abbiamo sopra indicato.

Le Federazioni regionali

Si pone altresì un problema di adeguamento delle strutture previste statutariamente.  Emerge la necessità – soprattutto di fronte ai nuovi compiti e al decentramento di poteri in atto – di dotarci dell’organismo Regionale che sia in grado di essere punto di sintesi politica e organizzativa di quanto accade nell’ambito regionale. La proposta quindi è quella di istituire statutariamente la Federazione Regionale RdB/CUB cui sia attribuito anche il compito di contribuire alla costruzione della CUB regionale e all’individuazione dei piani di sviluppo sul territorio nonché la gestione materiale delle risorse dell’organizzazione. Una tale scelta non deve però preludere ad una duplicazione di funzioni, o di attribuzioni, sulle stesse persone. Non ci serve avere più giacchette da far indossare alle stesse persone, ma la crescita di nuovi quadri capaci di essere punto di riferimento ciascuno ai propri livelli. Così come le attuali risorse dell’organizzazione non ci consentono allo stato attuale di prevedere se non minimi implementi delle risorse economiche che vanno invece meglio distribuite tenendo conto dell’eventualità, che qui si propone, della costruzione del nuovo livello regionale.  La discussione sulle risorse, finalizzata a questo nuovo livello dell’organizzazione, che per noi è sempre politica e non unicamente economica, è necessariamente rinviata al nuovo consiglio e coordinamento nazionale che dovranno elaborare una proposta strettamente legata alla nascita di questa nuova struttura.

Gli strumenti materiali

Va sottolineato come molte strutture non utilizzino appieno gli strumenti già disponibili per la crescita materiale e politica dell’organizzazione. Il Centro studi Cestes e la rivista Proteo, che pure sono strumenti apprezzatissimi in tutti gli ambienti scientifici, sindacali e politici non trovano grande riscontro all’interno dell’organizzazione.  Non viene pianificata la distribuzione della rivista, non si lavora agli abbonamenti, da tempo nessuna struttura si è fatta promotrice di presentazioni dei numeri di Proteo per allargare la nostra influenza. Non tutte le federazioni hanno aperto centri di raccolta del CAF di Base e in alcuni casi in cui è stato aperto non viene sufficientemente valorizzato, portando invece che benefici sperpero di risorse, così come quasi da nessuna parte è stato impiantato l’ufficio vertenze che sarà uno degli strumenti più utili nei confronti dei nuovi soggetti che abbiamo deciso di organizzare. Alcuni di questi strumenti, in particolare il CAF e l’ufficio vertenze possono anche essere utili all’au-31 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto tofinanziamento delle strutture; non è più ipotizzabile che il finanziamento dell’organizzazione provenga unicamente dalle quote degli iscritti, che pure vanno implementati, è ora che tutte le strutture individuino le nuove forme del finanziamento se non vogliamo rischiare che l’asfissia economica ci riduca la capacità di intervento politico.  Nodo ancora irrisolto è quello degli strumenti di informazione. Rilanciando “noi” telematico pensavamo di fare cosa utile e gradita, ma ad oggi non ci sembra ci sia rispondenza da parte delle strutture che non collaborano affatto alla costruzione dello strumento inviando notizie ed altro. Permane quindi la necessità di individuare uno strumento “intermedio” tra il volantino e Proteo, capace di far circolare tra i lavoratori le nostre analisi e il nostro pensiero e di raccogliere indicazioni e informazioni sulle lotte.

Sulla questione formazione, dopo alcuni cicli riguardanti più il piano teorico generale che quello strettamente sindacale, abbiamo ora urgenza di rilanciare un piano formativo sia per attrezzare le strutture ad indagare meglio e più a fondo sulla nuova composizione di classe e sui nostri nuovi compiti, sia per fornire una cassetta degli attrezzi sindacali a chi, come i nuovi delegati RSU, si affacciano al lavoro sindacale partendo dalla propria buona volontà, dalla propria disponibilità ma senza grandi strumenti sindacali che invece spetta all’organizzazione fornire.

GLI OBBIETTIVI DEL LAVORO POLITICO DELLE NOSTRE STRUTTURE

Le categorie e le strutture locali dovranno ovviamente dotarsi di un impianto di lavoro che, in linea con le esigenze generali dell’organizzazione che emergeranno da questo nostro momento di confronto congressuale, sia capace di far avanzare la nostra prospettiva.

I congressi delle categorie e delle federazioni territoriali dovranno quindi decidere su quali priorità orientare l’intervento. Ci sembra comunque possibile fin da ora indicare, senza in alcun modo voler condizionare gli esiti del dibattito delle categorie, alcuni punti di programma e di sviluppo.

Il pubblico impiego

La trasformazione dello stato, il suo divenire sempre più apparato di servizio alle imprese, la lenta ma inesorabile destrutturazione di ciò che per anni ha rappresentato il welfare italiano e quindi gli elementi di resistenza da mettere in campo per ostacolare questi progetti – anche se sono ormai in stato avanzato di attuazione grazie soprattutto all’incalzare del federalismo/devolution – non possono che essere al centro della riflessione e dell’azione della nostra categoria più forte e strutturata. Affidiamo quindi alla elaborazione di chi quotidianamente opera nella pubblica amministrazione il compito di fornire a tutta l’organizzazione elementi di analisi e di lotta da op-32 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto porre alla devastazione dello stato sociale. Ciò ovviamente ha anche implicazioni dirette sulla vita e sul futuro dei lavoratori pubblici che attraversano ormai da anni le continue, profonde trasformazioni in atto.

Sono ormai centinaia di migliaia coloro che hanno perso la propria condizione di dipendente pubblico e sono approdati, loro malgrado, nel privato seguendo le sorti dei settori in cui lavoravano; altre migliaia di lavoratori sono in procinto di seguire la stessa sorte. È evidente che una organizzazione sindacale come la nostra, da sempre orientata alla difesa e alla qualificazione dello stato sociale, non possa che essere in prima fila in questo scontro.

Ma per riuscire sempre più ad essere punto di riferimento stabile e diffuso abbiamo necessità di sviluppare la nostra presenza nei luoghi di lavoro e nel territorio. Le due ultime scadenze elettorali per il rinnovo delle RSU ci consegnano un quadro confortante.  Solo in due comparti, purtroppo i più consistenti sul piano numerico, non abbiamo raggiunto ancora la maggiore rappresentatività anche se abbiamo mantenuto un buon livello di presenza, nonostante le difficoltà. Oggi, se vogliamo davvero dare definitiva stabilità al nostro operare, non possiamo che lavorare al consolidamento e all’allargamento della nostra influenza nei settori in cui abbiamo già ottenuto il riconoscimento e allo sviluppo della nostra presenza in questi due settori – enti locali e sanità – provando a raggiungere anche qui la maggiore rappresentatività.  Ma il pubblico impiego oggi ha anche un altro compito importante da assolvere, quello della battaglia alla precarietà che va informando sempre più anche questo settore strategico. Le centinaia di migliaia di precari già operanti a diverso titolo nella pubblica amministrazione sono destinati ad aumentare con l’utilizzo delle forme più spregiudicate di flessibilità introdotte dalla legge 30. L’iniziativa continua e forte già messa in campo dalla RdB pubblico impiego va senza dubbio sviluppata e radicata su tutto il territorio nazionale, collegandola con le iniziative che mettiamo in campo, su questo tema, sul piano più complessivo della lotta al precariato. Battersi contro queste forme di lavoro nel pubblico impiego è anche battersi contro la devastazione dello stato sociale.

I TRASPORTI

La straordinaria battaglia messa in campo nel settore del trasporto pubblico locale, pur avendoci dato molta visibilità non ci ha consegnato una crescita adeguata della nostra struttura. Siamo senz’altro cresciuti in quelle aziende dove già eravamo presenti e dove abbiamo svolto un ottimo ruolo di direzione delle lotte, ma non abbiamo colto questa straordinaria occasione, tranne alcuni casi, per espanderci fuori dai confini delle aziende dove eravamo già presenti. La RdB continua a ritenere questo settore di lavoro un settore strategico, lo dimostra anche il sostegno dato alla RdB tra-33 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto sporti da tutta l’organizzazione durante i mesi infuocati dell’autunno scorso. È proprio per questo che chiede uno sforzo di impegno per l’espansione della nostra presenza in altre aziende e in altre province e il consolidamento di quanto abbiamo già realizzato.  Ciò sarà possibile se riusciremo a ridurre la visione aziendalista che troppo spesso ha impedito di liberare risorse per poter intervenire laddove non siamo ancora presenti e, in alcuni casi, facendoci perdere importanti occasioni di sviluppo. Va sottolineato, dal punto di vista della federazione nazionale, che molte nostre strutture di coordinamento provinciale dell’organizzazione non hanno sostenuto sufficientemente il lavoro di espansione. Questo è sicuramente un problema di tutti, non solo della struttura dei trasporti.

Ma dopo anni di lavoro intenso e faticosissimo di radicamento e di iniziativa in un comparto in cui non esistono agibilità sindacali e le aziende sono veri e propri mastini, dobbiamo indirizzare il nostro lavoro ad ottenere il riconoscimento definitivo della nostra organizzazione. Sappiamo che non esistono scorciatoie facilmente percorribili, dobbiamo quindi avere questo obbiettivo ben presente nella nostra quotidiana attività e costruire le condizioni perché questo si realizzi partendo da una capacità di individuazione delle contraddizioni e operando affinché l’obbiettivo diventi praticabile. È però ovvio che avviare la battaglia per il riconoscimento della nostra organizzazione apre contraddizioni all’interno del Coordinamento nazionale dei sindacati di base con cui è utile mantenere rapporti di lotta e di iniziativa unitaria ma non può ritardare il nostro sviluppo. Su questo punto specifico è importante avviare una riflessione approfondita sulle modalità di relazione da avviare.

Il congresso della RdB/CUB Trasporti dovrà anche definire il proprio quadro di intervento

sui settori nuovi che si stanno organizzando con noi – portuali, aeroportuali

e soprattutto individuare le forme della nostra partecipazione al definitivo decollo della CUB Trasporti cui tutta la RdB annette grande importanza.

L’ENERGIA

Eravamo state facili cassandre nel denunciare, negli anni scorsi, le ricadute negative sui lavoratori e sui cittadini delle privatizzazioni/liberalizzazioni dell’ENEL e delle aziende municipalizzate e proprio come Cassandra abbiamo riscontrato difficoltà nel rapporto con i lavoratori che abbagliati in primis dalla retorica del privato è bello hanno poi subito un brusco risveglio di fronte agli spezzatini, agli smembramenti, alle vendite a imprese straniere e, non ultimo, alle perdite realizzate dai titoli delle proprie aziende collocate in borsa e incautamente acquistati.

La Cassa Integrazione, la mobilità sono stati i contenuti principali dei piani industriali che le nuoveproprietà hanno messo in piedi oltretutto accollando alla collettività le spese di modernizzazione degli impianti.

In questo quadro le prospettive future del settore non inducono certo all’ottimismo: grazie alle scellerate politiche sia del centro destra che del centro sinistra, l’Italia è diventata terra di conquista sia per la statunitense General Elettric che per la francese EDF e con un governo interessato solo a far cassa - è prossima la vendita ai privati di un’ulteriore quota dell’ENEL – e a favorire la scalata di gruppi e società che dall’energia ricavano guadagni elevatissimi, i rischi per i lavoratori e gli utenti si moltiplicano.  Gli spezzatini, il passaggio a società diverse, la mancanza di diritti sindacali, i vuoti creatisi nelle nostre strutture con la mobilità e l’espulsione di centinaia di lavoratori, tutti questi fattori hanno inciso negativamente sulla nostra capacità di iniziativa generale nel settore.

In questa condizione resistere e mantenere importanti presenze nel settore è già stato un fatto assolutamente positivo.

Nella lotta contro le privatizzazioni abbiamo dimostrato capacità di iniziativa politica e di costruzioni di alleanze. È il caso, oltre all’ormai storica vicenda del referendum Acea di Roma, dell’AEM di Milano: il sindaco Albertini ha dovuto sudare non poco per superare, in modo del tutto illegale peraltro, gli ostacoli posti dalla RdB sulla strada della vendita dell’AEM; a Napoli siamo in prima fila nell’opposizione al progetto Bassolino/Iervolino di privatizzare l’acqua, e questi sono esempi minimi mentre si affacciano inquietanti segni circa la cessione ai privati delle restanti quote di servizi pubblici, compreso il gas.

Considerando l’incidenza che il costo dei servizi pubblici ha sul salario e sul livello di vita, cosa di cui, passata la sbornia liberista, masse sempre crescenti di lavoratori e cittadini prendono coscienza, la lotta contro le privatizzazioni dovrà necessariamente trovare collegamenti tra le nostre strutture categoriali e quelle territoriali.  Nel clima di generale involuzione che caratterizza le vicende del nostro paese, è da tenere in forte considerazione la prospettiva di un ritorno al nucleare, invocato ormai più di una volta da Berlusconi e dai suoi ministri e propiziato da sospetti blackout, pretestuosamente addebitati alla carenza di fonti energetiche mentre sono da ascrivere interamente ai meccanismi causati dalla privatizzazione.

Ricordando che su questo tema si è espresso tutto il paese con un referendum, riteniamo indispensabile un forte impegno della RdB Energia e della CUB su questo problema PRIVATO, PRECARIATO, TERRITORIO Se nei precedenti congressi avevamo individuato il precariato come uno degli obiettivi fondamentali del nostro lavoro, oggi non solo bisogna ribadire la necessità di continuare ad essere un punto di riferimento politico ed organizzativo per questa parte 35 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto del mondo del lavoro, che aumenta in maniera esponenziale, ma ad esso va associato l’intervento rispetto al privato diffuso alla luce delle trasformazioni, avvenute o in fieri, nei rapporti di lavoro.

Le liberalizzazioni, le privatizzazioni dei servizi pubblici, locali e nazionali, lo spezzatino delle grandi aziende pubbliche dei servizi a rete in decine di microsocietà stanno trascinando migliaia e migliaia di lavoratori, finora classificabili tra i garantiti, in una specie di limbo in cui non esistono sicurezze né garanzie.  È indubbio che questo settore d’intervento riveste un’importanza strategica per lo sviluppo delle RdB, sia a livello di elaborazione politica che di espansione organizzativa, poiché accanto ai settori del lavoro dipendente tradizionale si diffondono sempre di più altri settori che sfuggono ai cliché classici del lavoro subordinato.  Siamo in presenza infatti di una modificazione strutturale radicale della composizione di classe.

Il diffondersi del lavoro a breve termine, a contratto atipico, occasionale, degli appalti non più solo di segmenti di lavoro servile, a scarso contenuto tecnologico, ma di interi settori produttivi nelle grandi aziende, è accompagnato da un cambiamento nella struttura delle istituzioni sociali, politiche, sindacali, che vengono adeguate alla logica del mercato, il quale è troppo dinamico per permettere di fare le stesse cose allo stesso modo un anno dopo l’altro.

Si impone la logica dei rapidi ritorni economici che possono essere generati sopratutto grazie a cambiamenti rapidi nella struttura produttiva delle aziende.  La politica del lungo termine, della stabililità, caratteristica dello sviluppo capitalista della fase fordista cede il passo di fronte all’instabilità dei mercati azionari, all’oscillazione del ciclo economico, alle crisi finanziarie ed economiche che con periodicità accelerata investono intere zone del pianeta.

Nella seconda metà del ‘900 la presenza combinata di grandi aziende,sindacati forti e garanzie normative introdotte con lo stato sociale, aveva permesso di tenere in qualche modo sotto controllo tale disordine producendo un’era di relativa stabilità Oggi la produzione si riorganizza sulla base di modelli flessibili, snelli, più simili a reti che a piramidi, l’azienda flessibile diventa un arcipelago di attività collegate in cui è possibile intervenire eliminando, se necessario, delle parti senza distruggerne altre.  Gli aspetti più evidenti di questa continua ristrutturazione sono la riduzione dei posti di lavoro, la perdita di controllo e di potere da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, la polverizzazione della produzione nel territorio, l’abbattimento di qualunque garanzia e diritto.

Questi fenomeni - che negli Stati Uniti sono ormai giunti a maturazione, basti pensare che già nel 1998, anno in cui in Italia viene introdotto con il Pacchetto Treu il lavoro interinale, la Manpower, una delle più grandi multinazionali di lavoro in affitto, aveva sui suoi libri paga 600.000 persone contro le 400.000 della General Motor e le 350.000 dell’IBM – sono una realtà anche qui da noi.

L’entrata in vigore della Legge 30/2003, che ha reso brutalmente legittime le più svariate forme di rapporti di lavoro atipici, combinata con la politica delle privatizzazioni, permetterà ai padroni nostrani, pubblici e privati, di ampliare a dismisura l’area del lavoro fluido allungando al contempo l’instabilità, l’insicurezza, la precarietà su segmenti del mondo del lavoro che finora potevano ritenersi immuni da tali condizioni.  Il lavoro viene fisicamente decentrato, scompaiono le stratificazioni organizzative tipiche della produzione fordista con le sue catene di comando, ma il controllo sul lavoratore, sul suo tempo, è più diretto sia a livello individuale che sociale.  Il lavoro disgregato produce disgregazione politica, nel senso che si smarrisce il senso della propria identità sociale, culturale, e naturalmente lavorativa e contrattuale.  Il mondo dei nuovi lavori o del lavoro fluido, è molto complesso, accanto a figure ad alta scolarizzazione, che questa nuova rivoluzione industriale destina a mansioni sempre più elementari e scomposte, vivono schiere di lavoratori addetti a mansioni servili, entrambi ricattati e sottoposti a condizioni di sfruttamento sempre più brutali e senza diritti.

Molti parlano di questa complessità come se ciò rappresentasse una nuova condizione sociale, ma forse bisogna riferirsi ad essa più semplicemente come ad un’acutizzarsi della contraddizione capitale/lavoro, cui noi ci siamo sempre riferiti.  Certo è che questa nuova condizione del lavoro pone una serie di interrogativi a cui andrà cercata risposta con un lavoro di approfondimento analitico e scientifico, che avrà bisogno dei necessari tempi di realizzazione e verifica, soprattutto in relazione alla “soggettività” della nuova composizione di classe.

Quello che è certo, e lo abbiamo già verificato concretamente, è che il modello sindacale tradizionale, costruito sulla base di categorie omogenee – lavoro stabile, aggregato, di grandi dimensioni, incardinato nel territorio – non è in grado di intercettare le nuove figure del lavoro precario, flessibile, fluido nel tempo e nello spazio.  Se i lavoratori sono nomadi, ricattabili, se i luoghi dei lavori sono sparsi, atomizzati, sfuggenti, l’organizzazione del sindacato non può pensarsi radicata sul posto di lavoro, deve darsi una dimensione esterna al posto di lavoro.

Si rende necessario allora pensare ad un modello sindacale che copra ambiti più vasti rispetto al luogo dove si svolge la prestazione lavorativa, con una trama che tenga insieme elementi di utilità pratica ( CAF, servizi informativi, di consulenza sindacale/ legale, ecc) ma anche elementi in grado di stimolare l’acquisizione della coscienza della propria condizione, della comprensione della vera natura dei propri problemi individuali, in un parola sia in grado di dare il senso di un’identità.

Il modello sindacale

Anche se oggi non possiamo definire con certezza un nuovo modello sindacale, dall’esperienza di questi ultimi anni ci vengono alcune indicazioni concrete sulle caratteristiche dell’intervento in questo settore:

innanzitutto l’ambito d’intervento, legato alle specificità presenti nel territorio e di tipo confederale, reso necessario sia dalla dispersione nel territorio della produzione sia dalle accentuate trasmigrazioni e nomadismi lavorativi, da un posto di lavoro all’altro, da un settore all’altro. Di fronte a questa nuova condizione del lavoro, sarebbe una follia riferirsi solo a modelli categoriali, organizzati verticalmente, poiché non siamo in presenza di una categoria formalmente identificabile ma di un processo che tendenzialmente riguarda tutti gli ambiti del mondo del lavoro.

la funzione di serviziodell’organizzazione sindacale, necessaria a nuovi soggetti la cui condizione sociale ha fatto smarrire qualsiasi riferimento ai diritti, attraverso l’organizzazione del CAF, di servizi di informazione/formazione, di consulenza, di tutela sindacale, vertenziale e legale, dell’A.S.I.A con tutte le problematiche legate alla casa che, per la stragrande maggioranza dei nuovi lavoratori, rimane un miraggio.  Il lavoro fluido ha una dimensione sociale, si lavora in aziende da cui non si dipende, ci si sposta frequentemente, si cambia lavoro continuamente: dobbiamo fare in modo che in questo vortice di cambiamenti il sindacato rimanga stabile, diventi un punto di riferimento in cui è possibile riconoscersi.

la combinazione di elementi associativi più larghi, che travalicano gli ambiti strettamente sindacali, di carattere sociale e culturale, che possano contribuire a costruire un’indentità, a percepirsi all’interno di una condizione collettiva, ad uscire dall’atomizzazione individuale, dallo smarrimento del senso di appartenenza, che rende questi nuovi soggetti deboli ed isolati e perciò più ricattabili.  Tutto ciò andrà naturalmente verificato, con calma ed approfonditamente, ma a tutt’oggi sembra corrispondere meglio alla nuova condizione di classe.  Se è vero che l’accumulazione flessibile scardina le istituzioni stabili e tra esse il sindacato così come l’abbiamo conosciuto finora, è anche vero che saranno necessarie cautela e verifiche prima di dare per scontate nuove forme di organizzazione sindacale.  Per quanto ci riguarda è un lavoro che va fatto territorialmente ma che ha bisogno di un coordinamento centralizzato per la valenza politica più generale che questa problematica riveste: se la nostra intuizione è giusta siamo davanti ad un salto, una rottura di carattere storico, che riguarda non solo noi, ma le forme del conflitto nei prossimi anni.  Ci rendiamo conto quindi della necessità di un’elaborazione politica - per la quale dobbiamo attrezzarci con tutti gli strumenti a disposizione - ma anche di un piano pratico, concreto, rispetto al quale dobbiamo individuare e circoscrivere alcuni ambiti di strutturazione, non dimenticando che se il mondo del lavoro fluido è in espansione, è ben presente anche l’altro segmento, quello che mantiene ancora le caratteristiche del lavoro “stabile”.

I settori d’intervento

Il precariato classico, con caratteristiche omogenee: LSU, precari della Pubblica Amministrazione; la competenza per quest’ultimo, in crescita esponenziale, ricade

 

naturalmente sulle RdB del Pubblico Impiego ma esiste un collegamento in rapporto alla necessità di generalizzazione della vertenza.

Il privato stabile con caratteristiche di settore di massa, per il quale l’organizzazione diretta può ancora essere pensata sul modello tradizionale. Rientrano in questa categoria, le Multiservizi, gli ATA dipendenti dalle imprese cooperative e non, i lavori ad alto contenuto di mano d’opera ( pulizie, mense, ecc) le SPA pubbliche/private tipo Igiene Ambiente, nettezza urbana, ecc.

le Cooperative sociali, punti di concentrazione di lavoro a metà tra lo stabile e il precario; precarie senz’altro le condizioni di vita dettate dai bassi salari e dall’alto tasso di sfruttamento. Nell’anno appena trascorso le iniziative di lotta dei lavoratori delle cooperative sociali sono riuscite a svelare gli aspetti nascosti che riguardano un settore più ampio, il cosiddetto noprofit, che erroneamente viene considerato marginale rispetto a settori più sindacalizzati. Solo nelle coop sociali sono 170.000 gli operatori che si occupano di assistenza e lo sviluppo del settore viene contrabbandato da molti come l’alternativa a processi di pura privatizzazione del servizio pubblico; un vero mito che non trova riscontro nella realtà, poiché esse si sono trasformate in ottimi strumenti di esternalizzazione della sanità e dei servizi sociali accompagnati da un ampio ricorso alla flessibilità, alla mobilità, alla non applicazione dei diritti sindacali, alle deroghe contrattuali, che fanno di questo settore una punta avanzata nel processo di precarietà e di sfruttamento. Il basso livello di regolarità dei rapporti di lavoro si coniuga con la presenza del volontariato che non è da considerarsi come un’attività libera e gratuita: la presenza dei volontari, pagati pochi euro l’ora, rappresenta l’esercito industriale di riserva del no profit spesso usato, anche in caso di sciopero, come risorsa per affiancare o sostituire i lavoratori.

Per questo settore necessaria, oltre l’organizzazione diretta, un’iniziativa

politica generale capace di scardinare il circolo vizioso tra riduzione della spesa sociale,

privatizzazione e precarizzazione, che entri nel merito anche del ruolo e delle

finalità sociali ed etiche di questo lavoro

Il precariato diffuso, rispetto al quale sarebbe sbagliato porsi da subito l’obiettivo dell’organizzazione tradizionale. Da una parte è un settore interno alla battaglia sul reddito, dall’altro è un terreno che dobbiamo aggredire innanzitutto politicamente, con capacità d’intuizione/elaborazione e di egemonia politica, ed elasticità organizzativa.  Sarebbe infatti un errore grossolano pretendere di “gestire” in maniera sindacale tradizionale la condizione del precario, così come hanno tentato di fare i confederali, peraltro senza riuscirci.

Rispetto a questo ambito, gli strumenti attivati ma da perfezionare sono:

il sito “Lavori variabili”, già in funzione e con un buon successo, che può essere, oltre che uno spazio di dibattito aperto, anche uno strumento di aggregazione non solo virtuale;

le strutture territoriali di servizio, che oltre all’aspetto tecnico, hanno anche una funzione di “antenne” in grado di captare quello che si muove sul territorio;

le campagne politico/vertenziali che coinvolgano i poteri locali sul tema dei diritti sociali, dalla salute all’accesso ai saperi, dai trasporti alla casa.  Questi obiettivi politici presuppongono anche una particolare attenzione alla formazione di quadri sindacali locali, mentre va naturalmente messo in rilievo come molte di queste tematiche andranno coordinate con le CUB Regionali rispetto alle quali questa nostra attività può e deve rappresentare un retroterra strategico e funzionare da volano.

CASA

Sul terreno della casa dove sono passati processi di liberalizzazione del mercato immobiliare e di dismissione del patrimonio pubblico, al momento non vediamo possibilità di generalizzazione.

L’AS.I.A., Associazione Inquilini Assegnatari, vede infatti una presenza significativa all’interno dell’inquilinato di Edilizia Residenziale Pubblica a Roma, dove conta la stragrande maggioranza degli iscritti, oltre 5000, a Torino, Bologna Potenza ed in altri centri minori. Le sedi AS.I.A. nei quartieri popolari funzionano anche come centri servizi integrati con le strutture territoriali delle RdB.

Allo stato attuale è possibile ipotizzare uno sviluppo di questo lavoro solo se in sede locale si presentino occasioni ed energie da impiegare, a cui possiamo assicurare pieno sostegno politico dal centro.

L’IMMIGRAZIONE

L’immagine dei cittadini immigrati e il fenomeno dell’immigrazione in Italia e in Europa è sempre più legata a questioni d’ordine pubblico e a modelli di reclusione/precarietà economici, sociali e politici.

Mentre si registrano sempre più spesso cronache di morte in mare di decine di “clandestini” gran parte dei mezzi di comunicazione di massa alimenta quotidianamente il “panico da invasione “ del nostro paese da parte degli immigrati.  Ormai la cosiddetta emergenza immigrati unita a quella terrorismo islamico è il ritornello quotidiano che ci viene propinato dalle cronache ma soprattutto dalle forze politiche, Lega in testa, che hanno fatto di questo fenomeno il capro espiatorio dei mali che attraversano la società italiana.

L’Europa che si va costruendo è una cittadella che ha scelto una politica di chiusura verso gli stranieri attraverso pratiche sociali che trasformano i migranti in esclusi e 40 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto nemici della società, in un pericolo da contrastare energicamente e con ogni mezzo, dalla reclusione in veri e propri lager all’espulsione generalizzata, dalla creazione di campi di internamento in territori limitrofi come la Libia alla militarizzazione dei confini, all’emarginazione sociale e politica di chi ha la fortuna di conquistare un permesso di soggiorno.

Il mito delle frontiere chiuse ha già prodotto tanti effetti negativi per gli stessi cittadini dei paesi europei, i cui governi non vogliono accorgersi che con 20,5 milioni di immigrati e altri milioni di naturalizzati l’Europa è già un continente multiculturale. A quindici anni dall’ingresso in Italia dei primi consistenti flussi migratori, agli immigrati regolarmente residenti non è stato riconosciuto nessuno dei diritti civili, politici o sociali di cui godono i cittadini italiani ed altri cittadini provenienti da paesi appartenenti all’Unione Europea comunitari. La conseguenza di questo atteggiamento è stata un’escalation di leggi e normative che avevano lo scopo di frenare gli ingressi “filtrando” i soggetti “buoni”, ma che hanno rappresentato una svolta nella tradizione culturale, politica e giuridica del nostro paese.

Basta pensare al Decreto Dini del 1995 in base al quale uno straniero “ sospettato“ di turbare l’ordine pubblico poteva essere sottratto al giudice naturale ed espulso dal paese senza alcuna possibilità di presentare ricorso.

A questa tendenza repressiva non si è sottratto il centro sinistra che nel 1998, con il Governo Prodi, approvava la Turco Napoletano che ribadiva la pratica delle espulsioni preventive e introduceva i campi d’internamento, pudicamente chiamati Centri di Permanenza Temporanea, dove viene rinchiuso chiunque venga trovato senza permesso di soggiorno, in attesa di un’espulsione che può arrivare anche dopo mesi, veri e propri luoghi di segregazione dove vengono stipati centinaia di esseri umani che non hanno commesso alcun reato se non quello di fuggire dalla miseria, dalla fame, dalle guerre.

Le politiche dell’immigrazione in Italia sono un paradigma della facilità con cui è possibile calpestare, ignorare o violare i principi universalistici fondamentali della Costituzione italiana, testimoni di un’involuzione politica e sociale che ha saputo concepire solo misure d’apartheid e di esclusione.

In entrambi gli schieramenti politici si è rivendicato l’orgoglio nazionale, il privilegio della cittadinanza italiana o europea fino a improntarne la recente Carta Costituzionale europea.

Le sole logiche accettate sono state quelle rigidamente richieste dal mercato.  Si poteva supporre che nell’epoca della tanta declamata globalizzazione l’uguaglianza di tutti gli essere umani ed il loro diritto a muoversi alla ricerca di un’esistenza degna di questo nome fosse un principio naturalmente accettato, ma non è così; grazie a meccanismi impliciti ed espliciti le garanzie vengono negate agli immigrati, considerati illeggittimi nel migliore dei casi, in questo modo l’umanità viene divisa tra persone e non persone.

L’attuale legislazione italiana in materia d’immigrazione, rappresentata dalla Bossi/ Fini, la famigerata Legge 189, che ha preso le mosse dal precedente Testo Unico sull’Immigrazione varato dal centro sinistra, ha introdotto nuove forme di pesante discriminazione xenofoba a danno dei cittadini immigrati che vengono considerati elementi marginali della società italiana, trattati alla stregua di soggetti privi di dignità, cultura e vita propria.

Il cittadino immigrato assume una parvenza di dignità solo in funzione di ciò che produce ovvero quando è al servizio e sfruttato dal padrone di turno che, nel momento in cui ritiene di non averne più bisogno, può facilmente liberarsene e determinarne la clandestinità, grazie all’introduzione del contratto di soggiorno prescritto dalla Bossi Fini, che condiziona la permanenza dei lavoratori immigrati al rapporto di lavoro, che nella quasi totalità dei casi si svolge in condizioni precarie e di assoluto sfruttamento.

È sempre più evidente come la strategia del Governo e del padronato parta dalla necessità di avere a disposizione un numero sempre più elevato di immigrati irregolari, non stabilizzati e clandestini che vada a incrementare una massa sempre più grande di forza lavoro da sfruttare in tempi brevissimi, sottoposta ad un elevato turn over e riciclo continuo. È lo stesso mercato del lavoro, così come si va configurando, che ha bisogno dell’aumento degli ingressi clandestini. La privatizzazione del rilascio dei permessi di soggiorno, l’allungamento dei tempi di rinnovo rispondono a questa necessità di precarizzazione e di continuo abbassamento del costo del lavoro con una immediata ricaduta sui lavoratori italiani, in un continuo gioco al ribasso delle garanzie e dei diritti.

Per non parlare delle politiche delle quote, ovvero del “decreto flussi”, strumento il cui obbiettivo non è null’altro che un vero e proprio atto di mercificazione dei migranti, a loro discapito, necessario a soddisfare le richieste dell’imprenditoria e delle politiche neo liberiste.

Balza agli occhi a questo proposito l’assoluta necessità di non ghettizzare le lotte degli immigrati ma trovare i modi concreti su cui queste si saldano con le lotte dei lavoratori italiani.

Per questi motivi il nostro impegno deve porre al centro il tema dell’immigrazione non solo in termini etico/politici ma proprio nella concretezza dell’azione sindacale, nei luoghi di lavoro, nelle sedi territoriali in un rapporto dialettico con il movimento generale.

Il nostro lavoro sindacale deve partire da questo quadro, da una diversa visione dell’immigrazione, ovvero iniziando proprio dalla considerazione dei soggetti immigrati che devono essere finalmente riconosciuti nella loro dignità di esseri umani e portatori di culture, tradizioni e saperi.

Tale progetto sindacale deve affermare principi di uguaglianza, diritti di cittadinanza, dignità e autodeterminazione, nonché di sostegno al processo di organizzazione 42 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto dei migranti, in un quadro e una strategia che vede partecipi insieme ed uniti tutto il mondo del lavoro e non, dei precari, dei disoccupati, con particolare attenzione al ruolo e alla figura dei cittadini immigrati che ormai rappresentano una realtà stabilizzata del mondo del lavoro e della nostra società.

Nel 2002 i lavoratori extracomunitari iscritti all’INPS risultavano essere 1.225.000, negli ultimi due anni hanno raggiunto il milione e mezzo, impiegati prevalentemente nei servizi (50.4%) nell’industria (4,6%) e per un 8% nell’agricoltura; le collaboratrici/ tori familiari superano le 500.000 unità, andando a costituire una base strutturale in Italia del sistema assistenziale. La Caritas nel suo dossier 2004 sull’immigrazione assomma a 2.600.000 le presenze di cittadini extracomunitari nel nostro paese, con 800.000 irregolari secondo l’EURISPES.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una ripresa del movimento sui problemi legati agli immigrati. Ciò è avvenuto soprattutto grazie alle lotte che gli stessi immigrati, insieme a numerose comunità, associazioni, hanno portato avanti: ricordiamo le manifestazioni di Roma di fine settembre 2004, con lo sciopero della fame dei primi di ottobre, che hanno avuto il merito di puntare l’attenzione sui punti più esplosivi della Bossi Fini, sulla sua estrema macchinosità anche burocratica che dilata a dismisura i tempi di attesa anche per il rilascio dei rinnovi dei permessi di soggiorno.  Queste lotte, che si sono estese in moltissime città, e la determinazione degli immigrati hanno permesso la realizzazione della manifestazione del 4 scorso dicembre e ne hanno garantito il successo.

Vale la pena di sottolineare il percorso che ha portato a questa grande giornata, che ha visto l’affermazione del protagonismo diretto degli immigrati che certo è destinato a non piacere a molti, soprattutto perché espressione di una forte radicalità di contenuti, che entrano in rotta di collisione con la politica di alcune forze sociali e sindacali che negli anni passato hanno determinato agende e problematiche del movimento antirazzista nel nostro paese.

Quali siano gli orientamenti che accomunano CGIL CISL UIL alle forze politiche dell’opposizione di centro sinistra è stato chiarito in innumerevoli convegni, dichiarazioni, prese di posizione di molti ragguardevoli esponenti delle stesse che continuano a rivendicare per l’immigrazione un intervento dello stato serio ed espulsioni efficaci (!); per i quali la libera circolazione è un problema ed anche in caso di vittoria dell’Unione prevedono sia necessario parlare di programmazione dell’immigrazione, e via di questo passo; del resto la piattaforma di CGIL CISL UIL parla di umanizzazione dei CPT e questo è tutto dire! Una posizione politica oltretutto miope visto che in più di 334.000 si sono iscritti a questi sindacati andando a costituire il 6% dei lavoratori attivi iscritti ai confederali.

Si capisce bene allora come sia assolutamente necessario costruire un altro ambito, un ambito in cui da una parte possa dispiegarsi il processo di organizzazione degli immigrati, in cui possa affermarsi il loro protagonismo, senza sottostare alle logi-43 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto che di subordinazione al quadro politico e dall’altra ciò possa avvenire in piena sintonia con tutte quelle forze sociali e sindacali che hanno fatto dell’indipendenza e dell’autonomia i loro principi guida, che rifiutano la condizione di apartheid e la cultura repressiva e poliziesca che sono alla base della Turco Napolitano e della Bossi Fini.

È chiaro che questa condizione non si realizza dall’oggi al domani. Si tratta di lavorare per l’unità delle forze che praticano realmente gli obiettivi, che non si lasciano condizionare da burocrazie di partiti/ sindacati in funzione di quadri politici e di alleanze per governi di là da venire.

Per quanto riguarda noi, è necessario procedere ad un approfondimento del dibattito per evidenziare gli obiettivi, all’interno della piattaforma più generale del movimento antirazzista, su cui costruire ed ampliare il rapporto con le lotte degli immigrati, lasciando alle specificità territoriali la scelta su come “adattare”l’intervento, viste le differenti problematiche che esistono secondo che si tratti ad esempio del Nord Est o del Sud.

Un punto centrale rimane il contratto di soggiorno, condizionato dalla legge 30, da rapporti di lavoro sempre più brevi, che scadono perfino prima del rilascio del relativo permesso di soggiorno! La costruzione di una rete di lotta contro la Legge 30 diventa prioritaria.

Il II° blocco di problemi da affrontare è quello del radicamento territoriale, della scelta dei settori d’intervento, di quali strumenti organizzativi abbiamo bisogno per affrontare questa parte del lavoro, quale modalità scegliamo: collaborazione con le comunità, rapporti diretti con gli immigrati, apertura degli sportelli e quant’altro. Dobbiamo verificare se gli strumenti finora messi in campo si siano rivelati più o meno idonei a costruire aggregazione, mobilitazione, lotte e soprattutto partecipazione e protagonismo degli immigrati.

Il III° blocco riguarda il rapporto con il movimento e le scadenze politiche generali.  Già abbiamo individuato nella battaglia che la Rete per il reddito sociale, i diritti e contro la precarietà sta conducendo, un terreno di coinvolgimento degli immigrati.  Rimangono aperti però tanti altri terreni, a partire dal problema dei richiedenti asilo e dallanecessità di arrivare ad una nuova legge, senza tralasciare la mobilitazione contro i CPT e le espulsioni immediate rispetto ai quali il collegamento con le altre istanze di movimento è indispensabile.

Importante è mantenere un’autonomia di giudizio - che prescinda da posizioni ideologiche e politiche precostituite di qualsiasi natura – e una capacità organizzativa, che dia concretezza e coerenza ai nostri discorsi.

LA LOTTA PER IL REDDITO SOCIALE MINIMO:

STRUMENTO DI IDENTITÀ E DI ORGANIZZAZIONE.

Uno degli elementi caratterizzanti il nostro progetto sindacale è stato quello di misurarci con la nuova composizione di classe del mondo del lavoro, ovvero con le trasformazioni che hanno generato un nuovo sistema produttivo e con le sue ricadute sulle condizione dei lavoratori dipendenti o comunque subordinati nel nostro paese.  Una tale scelta era emersa già nella conferenza di organizzazione delle RdB tenuta del ’94 a Castellammare e si è via via delineata in modo più chiaro negli anni successivi.  Naturalmente la correttezza della scelta fatta all’epoca è emersa dalle tendenze manifestatesi nella modifica dell’apparato produttivo.

Il passaggio dalla produzione manifatturiera a quella dei servizi e il predominio della dimensione finanziaria nel sistema economico del nostro paese hanno prodotto come effetti la crescita del lavoro precario, flessibile, senza diritti a discapito del lavoro stabile e con garanzie, dell’uso della disoccupazione come esercito industriale di riserva, soprattutto al sud, e come ricatto permanente per i lavoratori stabili e precari, la formalizzazione di questa condizione prima nella legge Treu poi con la legge 30 e dimostrano che è in atto una modifica strutturale del mondo del lavoro con la quale bisogna saper fare i conti se vogliamo avere un progetto sindacale all’altezza delle attuali necessità.

Abbiamo anche avuto ben chiaro, in questi anni, che una tale tendenza non andava assolutizzata per una serie di motivi strutturali e dunque fare i conti con questa condizione significava capire che ci stavamo misurando nella nostra attività con un aspetto, sempre più importante, di una più complessiva condizione della classe lavoratrice.  I tentativi messi in campo negli anni passati per dare risposte a queste necessità hanno portato alla costituzione di strutture territoriali che mano mano si sono andate definendo nel loro funzionamento con l’obiettivo di radicare nel territorio un’attività sindacale collegata alla nuova condizione precaria del lavoro e che si sono positivamente rivelati non solo strumenti di tutela sindacale di singoli lavoratori ma anche occasione di lotta e di costruzione di strutture stabili.

Il progetto ha poi fatto i conti anche con una dimensione di movimento indispensabile per una crescita effettiva del sindacato: la lotta dei LSU, che ha visto momenti importanti sia per la quantità dei lavoratori coinvolti, soprattutto nel centro sud, sia per i processi di crescita delle nostre strutture una volta stabilizzati, in vario modo, la gran parte di questi lavoratori.

La vicenda LSU è stata sicuramente una verifica importante ma aveva il limite della specificità ovvero di una mancanza di possibilità di generalizzazione della lotta e dunque del ruolo del sindacato. La scelta perciò di lanciare una battaglia generale nasce da un percorso concreto di lotta e di organizzazione che si pone il chiaro obiet-45 4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto tivo di come adeguare il sindacato alle trasformazioni in atto che rischiano di vanificare la stessa funzione sindacale e dunque la necessità della sua stessa esistenza. La lotta per il Reddito Sociale Minimo parte da questa precisa necessità e condizione.  Il doversi misurare con la complessità del lavoro precario e della disoccupazione sul piano generale non poteva partire solo dalle nostre ridotte forze o da lotte specifiche, pur essendo queste cose molto importanti sul piano pratico, ma doveva cogliere un elemento generale unificante.

In questo senso la lotta per il Reddito Sociale Minimo ha in sè sia l’elemento vertenziale, cioè la richiesta di reddito diretto ed indiretto verso soggetti istituzionali ben precisi, che può produrre lotta ed organizzazione, sia un elemento generale che produce quella “Identità”, che è stata oggetto del nostro ultimo congresso, in quanto afferma un diritto del lavoro ed una richiesta di equità sociale che diviene sempre più forte di fronte al manifestarsi delle storture causate da una società basata sul lavoro precario, sull’assenza delle prospettive per le giovani generazioni e sul ricatto occupazionale.  Proprio questa capacità di tenere alto il livello della iniziativa e della rappresentazione politica ha prodotto anche un nuovo orientamento del movimento che si stava nel frattempo organizzando e mobilitando. Ciò è avvenuto ovviamente anche grazie al manifestarsi pratico della contraddizione sociale della precarietà, in rottura con la direzione che la CGIL indicava in quel periodo ai social forum ed al movimento di opposizione al governo Berlusconi, che si è manifestato a cominciare già dal 2001 a Genova.

La costituzione della “Rete per il Reddito Sociale ed i Diritti” è stato un importante elemento che si è misurato nella concretezza del conflitto sociale, sul piano generale ed in modo organico, in alternativa alla incontrastata impronta politica data dalla CGIL cofferatiana e che, oggi, può rilanciare una iniziativa che si ponga non solo il problema della lotta ma anche quello delle alleanze sociali in una fase di pesante attacco - da attendersi anche con il prossimo eventuale governo dell’Unione- alle condizioni di lavoro di vita e di salario del lavoro dipendente sia stabile che precario.  Le manifestazioni di Milano con la May day del 1° Maggio 2004 e quella di Roma del 6 Novembre hanno dimostrato che la strada intrapresa produce risultati politici ed organizzativi che rafforzano la nostra prospettiva sindacale. Anche i ripetuti tentativi di ridimensionare e distorcere la importante giornata del 6 Novembre hanno avuto l’effetto contrario di mostrare i punti deboli di chi precarizzando il lavoro, nei fatti rafforza le tendenze all’opposizione sociale come sta avvenendo sulla questione del carovita.  In conclusione la battaglia per rivendicare il Reddito Sociale Minimo e contro la precarietà del lavoro rimane un’asse importante dell’azione sindacale diretta e dell’azione politica del sindacato; inoltre siamo anche coscienti che questo tipo di battaglia, proprio perchè sta dentro una tendenza generale, è in grado di generare alleanze sociali fondamentali per bloccare e respingere l’appropriazione della ricchezza che il cosiddetto sistema delle imprese opera ai danni di tutta la società.

IL PROGRAMMA Abbiamo detto in precedenza che abbiamo delegato alla CUB la rappresentanza politica di tutta la confederazione. Ovviamente ciò significa anche che il programma di lotta dell’organizzazione coincide con quello della CUB. Abbiamo stabilito a Rimini il programma di fase e le campagne su cui lavorare. È chiaro che oggi la situazione fornisce indicazioni ulteriori di lotta e di terreni da percorrere e sarà compito del consiglio nazionale della CUB e di quello della RdB aggiornare il programma alle nuove esigenze.

Rimangono comunque centrali per tutta l’organizzazione la lotta alla guerra che purtroppo sembra destinata ad essere una costante della nostra azione anche per i prossimi anni, ma che oggi ci pone l’imperativo di continuare a mobilitarci affinché l’Italia esca immediatamente dall’Iraq ritirando i suoi soldati, liberando così anche gli irakeni dall’occupazione; il salario sia per quanto riguarda il lavoro dipendente sia nell’accezione di salario sociale per precari e disoccupati legandola strettamente alla battaglia contro la precarietà e per la piena e buona occupazione.  La battaglia per il salario deve comunque trovare forme di espressione legate alla necessità di imporre una diversa distribuzione della ricchezza prodotta, e quindi del reddito e interloquire con lo scontro più generale sul carovita che sta crescendo nel Paese.

Altro fronte che dobbiamo sicuramente rilanciare è quello legato ai diritti. Il diritto di sciopero, violentemente attaccato in questi ultimi anni, ha però trovato nuova forza nei sempre più frequenti episodi di disobbedienza che stanno rendendo la legge un arnese da rottamare. Spetta a noi continuare nella strada della disobbedienza a questa legge, mantenendo non solo alta l’attenzione sulla necessità di un ripristino effettivo del diritto di sciopero ma dotandoci, finalmente, assieme alla CUB, degli strumenti giusti per difendere i lavoratori su questo fondamentale terreno.  La questione della democrazia e della rappresentanza sta tornando prepotentemente di attualità e noi che siamo da sempre impegnati su questo fronte e che, da sempre, paghiamo l’assenza di un vero strumento normativo democratico, dobbiamo rilanciare la discussione e la battaglia per ottenerlo. Negli ultimi tempi, a fronte della nostra crescita complessiva, sono cresciuti gli attacchi al potere dei lavoratori nei luoghi di lavoro e ai diritti sindacali. La RdB e la CUB devono rilanciare questo terreno che rappresenta una contraddizione oggettiva per tutti, soprattutto in una fase di campagna elettorale permanente come quella che stiamo subendo.

La lotta alle privatizzazioni, terreno comune di attacco sia del centro sinistra, che le ha inaugurate, che del centro destra, dovrà continuare e trovare nuovi terreni. Le esternalizzazioni della pubblica amministrazione, l’attacco ai beni comuni, ad esempio l’acqua, sono elementi di devastazione del welfare che dobbiamo saper aggredire con forza soprattutto partendo dalle categorie interessate e dai territori.

4° Congresso Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005 Sogni Bisogni Conflitto Anche la questione della previdenza pubblica, universalistica e funzionante deve rimanere nel nostro programma di lotta. Gli attacchi concentrici fatti di continue “riforme”, di scippo del Tfr, di cartolarizzazioni tendono in tutta evidenza alla definitiva distruzione di questo pezzo importantissimo del welfare per garantire gli interessi economici della finanziarizzazione, così come la difesa e il rilancio della sanità, della scuola pubblica devono vederci in prima fila, sapendo fin d’ora che sono punti di programma largamente condivisi e che possiamo davvero incidere su questi fronti.

 

Nazionale della Federazione delle RdB/CUB 2005